L'incontro di Arci con i profughi del Nord Africa

di Ivano Porfiri e Francesca Mancosu

Dare assistenza ai soggetti vulnerabili. Questa la richiesta emersa nel corso della riunione, a Perugia, tra prefetture, questure, Anci, Regione, Arci, Caritas e le altre associazioni impegnate nelle gestione dell’emergenza profughi in Umbria. Un tavolo chiamato a decidere il ‘da farsi’ nei giorni successivi alla fine del programma e quindi all’erogazione dei fondi ministeriali, fissata per giovedì, oltre alle modalità di corresponsione dei 500 euro a immigrato stanziati per favorirne l’affrancamento dalle strutture di assistenza.

In attesa In Umbria ci sono attualmente 285 profughi rimasti. A Perugia il grosso è ospitato dall’Arci (104), mentre altri sono divisi tra Caritas e centro di via del Favarone. A Terni invece ci sono ancora 114 profughi, ospitati in centri d’accoglienza e appartamenti gestiti dall’Arci e dalla Caritas, fra Terni, Ferentillo, Montefranco, Amelia e Collescipoli. Molti di questi immigrati non sanno ancora cosa faranno ‘dopo’, altri hanno le idee chiare, o almeno una speranza. Tutti hanno in comune storie di fughe solitarie, su mezzi di fortuna, e il desiderio di trovare un lavoro, una qualche sicurezza che gli consenta di rifarsi davvero una vita.

Proteggere i vulnerabili «La decisione repentina, dopo quasi due anni di accoglienza, di interrompere il programma di assistenza ai profughi – affermano Silvia Rondoni e Barbara Pilati, coordinatrici del progetto Emergenza Nordafrica di Arci Perugia – ha creato un certo spiazzamento perché si rende necessaria una fase di transizione per permettere a queste persone di non trovarsi completamente abbandonate, in mezzo a una strada, ma poter organizzare una fuoriuscita dal programma che dia la possibilità di scegliere e orientarsi, restituendo loro un’autentica libertà, cosa che sarebbe stata possibile con una pianificazione di interventi concreti di integrazione e che comunque sarà effettiva attraverso documenti e titoli validi per viaggiare anche oltre i confini del progetto». L’associazione, in particolare, chiede di «tutelare quei soggetti definiti categorie vulnerabili (minori non accompagnati, persone con disagio mentale, famiglie con bambini, persone con patologie gravi, donne sole), che più degli altri hanno bisogno di assistenza, sostegno e spazi adeguati».

Kenneth, Nigeria C’è chi vuole dimenticare il proprio passato, come Kenneth, 28 anni, originario della Nigeria. Studente di biologia, arrivato in Libia in barca, senza pagare niente: «Ci sono solo saltato dentro – racconta – e ho viaggiato tre giorni. Poi sono scappato alla volta dell’Italia, e dopo una settimana a Lampedusa sono finito a Terni». Kenneth è qui da solo, dice di non avere una famiglia, né in Italia né in Nigeria. «Il mio passato non è come il mio presente, ‘prima’ avevo un’altra vita, lavoravo, vivevo bene, mi prendevo cura di me stesso. Ora voglio solo restare in Italia. Sabato prendo i 500 euro che mi hanno promesso e vado a cercare un lavoro a Savina, al confine con la Francia, dove ci sono varie fabbriche.»

Abah, Mali Sulla trentina, anche lui solo. Capitato in Italia per caso, dopo tanti anni passati a lavorare in Libia come carpentiere, e costretto a scappare dallo scoppio della guerra. È in Italia da due anni e 20 giorni, e ha lasciato a casa la moglie e un figlio. «Dio ce l’ha con me – dice – ho cercato lavoro come carpentiere a Terni, a Milano e a Napoli, ma senza successo. Appena mi daranno i 500 euro andrò in Francia. Se lì sarà come in Italia, tornerò in Mali».

Ali, Somalia Dice di avere 24 anni Alì, ma forse ne ha quasi il doppio. Lo dicono i suoi occhi, che ne hanno viste tante, ma sono ancora in grado di sorridere. Viene dalla Somalia, da Mogadiscio, dove insegnava matematica, arabo, scienze e religione in una scuola elementare. «A casa mia stavo bene, ero una persona stimata, avevo molti amici e una famiglia benestante. Tutto è cambiato in un momento, e quel momento non voglio ricordarlo mai più». Alì in Italia ci sta bene, e a differenza dei suoi compagni di sventura, ha chiesto ed ottenuto lo status di rifugiato politico. Ha frequentato i corsi di italiano e di formazione come muratore e addetto alle pulizie organizzati dall’Arci di Terni, e prova anche ad integrarsi con gli abitanti di Montefranco, dove vive adesso: «Ho fatto amicizia con gli anziani del posto, e mi piace giocare a carte con loro, al bar sotto casa». Ha deciso di rifiutare i 500 euro e di restare in Italia, per costruirsi delle nuove sicurezze e smettere di avere paura, finalmente. «Vorrei fare l’autista di camion o di autobus, o magari il pescatore, in Sicilia o ad Ancona, dove mi hanno detto che c’è un bel mare. Per ora resto a Terni, anche se non c’è il mare. Intanto vado a pescare sotto al ponte di via Carrara».

Balal, Bangladesh Allo scoppio della rivoluzione, Balal si trovava in Libia da otto mesi. Era emigrato in Africa per tentare di risollevarsi dalla crisi economica che lo aveva costretto ad abbandonare il Bangladesh, dove era proprietario di un ristorante e dove vivono ancora la moglie e i tre figli. Non li vede da due anni e mezzo, ma li sente sempre per telefono, dopo una precipitosa fuga in barca, lo sbarco a Lampedusa e qualche mese passato in giro per la Sicilia, prima di arrivare a Terni. E ora chissà. Il prossimo sogno è la Germania, dove spera di ricostruirsi una vita e di portare anche la sua famiglia. «Prima devo passare l’inverno. Cercherò di farmi bastare i 500 euro che mi daranno, dormendo dove capita e mangiando pasta e scatolette di tonno, poi partirò». Il ritornello è sempre quello: «L’Italia è bella, ma tanto di lavoro non ce n’è. Ho fatto il venditore ambulante di fiori e cagnolini giocattolo, un corso da pizzaiolo e uno di italiano, il cuoco al centro di accoglienza di Ferentillo, e ho stretto anche delle amicizie, ma è meglio che me ne vada. E poi, Allah provvederà, in qualche modo farò».

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