Non solo la raccolta differenziata cresce a ritmi da lumaca, ma ci sono dei comuni “gambero” dove diminuisce come Assisi, Umbertide e Orvieto. Lo sostiene il capogruppo in Regione dell’Italia dei valori, Oliviero Dottorini, per il quale «l’euforia della Giunta regionale in merito alla riduzione nella produzione di rifiuti è del tutto fuori luogo: nella raccolta differenziata l’Umbria è ferma al 31% e di questo passo il 65% di differenziata verrà raggiunto tra oltre 20 anni. Altro che inceneritore».

Anni luce dall’obiettivo Dottorini non è tenero con i dati diffusi oggi dalla Regione sulla diminuzione della produzione di rifiuti in Umbria. «I segnali positivi che arrivano sul fronte della riduzione nella produzione di rifiuti – sostiene – non possono nascondere i dati sconfortanti sulla raccolta differenziata che certificano l’inefficacia delle politiche regionali».  «Le cifre fornite dall’Agenzia regionale per l’ambiente sulla raccolta differenziata – spiega Dottorini – ci dicono che l’Umbria, con un incremento di poco più dell’1,5%, rimane al palo e vede come un miraggio gli obiettivi fissati dal Piano dei rifiuti. La distanza è abissale, basti pensare che già nel 2008 la raccolta differenziata avrebbe dovuto essere al 45%, mentre con un anno di ritardo il dato regionale si ferma a poco più del 31%. Nessuno dei quattro Ati riesce a raggiungere i risultati attesi e gli avanzamenti sono così timidi da risultare impercettibili. Sarà quindi molto difficile che, con questi ritmi di crescita, si riesca a soddisfare l’obiettivo del 50% di differenziata previsto per il 2010 e addirittura del 65% entro il 2012. Questi dati piuttosto avvalorano i dubbi di chi ha sempre ritenuto che
tutto il Piano regionale dei rifiuti fosse finalizzato ad un unico obiettivo: quello di realizzare uno o più inceneritori. E questo è molto grave».

C’è chi arretra «La raccolta differenziata – spiega il capogruppo dell’Italia dei Valori – continua a crescere a ritmi dell’1,5% all’anno. Di questo passo l’obiettivo del 65% sarà raggiunto tra oltre 20 anni. Sarebbe interessante capire come si pensa di giungere alla chiusura del ciclo facendo
leva su queste performance. C’è da registrare inoltre che il dato è particolarmente preoccupante per i comuni sopra i 15mila abitanti, quelli che
più di altri potrebbero contribuire ad un’inversione di tendenza. Sono poche le eccezioni, tra cui Gubbio (50,2%) e Marsciano (52,3%, mentre balzano agli occhi le prestazioni negative di Assisi, che cala del 17% portandosi a poco più del 20%, di Umbertide (dal 41 al 28 %) e Orvieto che, con poco più del 12% di raccolta differenziata, rappresenta il fanalino di coda dell’Umbria. Guarda caso si tratta proprio di un comune nel quale è situata una delle discariche regionali. Non registrano particolari passi in avanti nemmeno i due capoluoghi di regione. Perugia si ferma al 32,6% (con un incremento dell’1,1% rispetto al 2008), mentre Terni raggiunge il 33,7% con un incremento del 3%. Anche Foligno e Città di Castello ottengono risultati scadenti attestandosi tra il 28 e il 31%. Tra i quattro Ati, quello di Foligno-Spoleto risulta essere il più inadempiente (26,26%), mentre l’Alta Umbria raggiunge il 35,58%. Una situazione – aggiunge Dottorini – a macchia di leopardo che certifica un grave ritardo e in generale come la nostra regione sia lontanissima dagli obiettivi individuati nel Piano regionale dei rifiuti».

Obiettivo inceneritore «I dati resi disponibili dall’Arpa Umbria – conclude il capogruppo Dottorini – dimostrano che evidentemente in questi anni ci si è concentrati sulle ipotesi di realizzazione di impianti di incenerimento invece che investire sulla raccolta differenziata e su sistemi di differenziazione spinta, magari basandosi su sistemi meccanico-biologici già funzionanti in altre regioni. Per quanto ci riguarda è evidente che con questi dati sarebbe assurdo pensare alla chiusura del ciclo e alla realizzazione di impianti di smaltimento ultimo dei rifiuti. E’ bene che la Regione investa prima di tutto per il raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata e non su iniziative che forse stimolano l’appetito di qualche interesse privato, ma che sicuramente non perseguono l’interesse della collettività».

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