di Maurizio Troccoli

Qualcosa si muove. Ma non è detto che qualcosa si smuova. Deposti i ceri, digerita la recente brutta figura con quelli mezzani, c’è qualcuno che avverte l’esigenza, quanto meno, di invitare a una riflessione. La questione è la seguente per i non addetti ai lavori. Non è chiaro a Gubbio e forse non lo sarà mai, quale sia il giusto modo di interpretare la ‘corsa’ che tale appare visto il clima competitivo. Se cioè il cero di Sant’Ubaldo debba potere entrare in basilica sul monte e chiudere la porta per poi aprirla ai festeggiamenti con tutti gli altri ceraioli riconosciuti alla pari e quindi meritevoli come i santubaldari di celebrare il patrono, oppure questo possa essere impedito, senza per questo determinare il putiferio. Ovvero quello a cui si è assistito e cioè lo smantellamento del cero e la fuoriuscita indignata dei santubaldari, alcuni dei quali poco prima, in preda alla sfida, erano persino riusciti a staccare la testa dal santo.

Beninteso la questione non sarebbe tanto tra chi preferisca una regola o l’altra. Quanto piuttosto – materia ben più difficile – tra chi preferisce le regole e chi invece il caos. Giustificandolo con il clima di festa che poi significa campo libero a ogni tipo di interpretazione, fino a giustificare azioni violente, oltraggi a immagini sacre, ceri utilizzati come arieti in nome di una competizione che non si può definire tale e chi più ne ha più ne metta. 

Un recente articolo di Umbria24 che, documentato quanto accaduto ha provato semplicemente a spiegarlo senza ipocrisie o infingimenti, ha prodotto da un lato insulti, discredito e polemiche verso questo giornale. Dall’altro, alcuni hanno riconosciuto come fosse giunto il momento di fare chiarezza. E magari provare a mettere intorno a un tavolo i ragionevoli almeno per provare ad evitare che alcuni episodi abbiano a ripetersi. E’ accaduto sia in alcuni livelli istituzionali, parliamo di autorità civili locali ed esponenti riconosciuti legati all’organizzazione della festa, oltre che rappresentanti religiosi, sia in alcuni in liberi cittadini che pur comprendendo l’euforia per i festeggiamenti non sono disposti ad accettare o tollerare evidenti comportamenti al limite del malcostume o persino della decenza. 

Si è fatto avanti Fabio Mariani, presidente dell’università dei muratori, il quale conoscendo il contesto, soppesa le parole in modo da favorire la più larga comprensione possibile e determinare i presupposti quantomeno per un dialogo. Parla di «fronteggiare una sorta di deriva della festa» e afferma che quest’anno con i ceri mezzani si è «toccato un apice» e quindi si «impone una riflessione». Sommessamente l’invito è a «condividere una valutazione nell’intento di aprire un dibattito sereno che porti a revisionare alcuni comportamenti o alcune scelte, individuali o collettive, per il bene della festa». Sulla questione della chiusura del portone afferma: «E’ palese come quel momento venga percepito in maniera totalmente diversa da diverse trasversali anime della città e sembri essere divenuto il fine ultimo di una offerta corale della città al suo patrono. Elementi di competizione, a volte di regolamento di conti aperti durante la corsa sembrano prevalere sulla misura e sul buon senso, portando a rompere una sorta di patto non scritto che regola la chiusura del portone». Pur comprendendo dinamiche sempre diverse della contemporaneità, invita «al buon senso» e aggiunge che «non può esserci, a nostro giudizio, giustificazione per aver strappato a dei giovani ceraioli un momento bellissimo della Festa, imponendo, alcuni a tutti, la eliminazione di una parte del rito, danneggiando la statua del Santo, smontando in fretta il Cero e correndo via, rompendo il patto di lealtà verso il Cero di San Giorgio che era riuscito ad impedire, anche in questo caso perdendo di vista buon senso e misura, la chiusura del portone». Avverte quindi che «delle due l’una: o si lascia questo stato di cose che sta andando, però, verso una innegabile esasperazione con esiti incertissimi; oppure tentare delle modifiche, dei ridimensionamenti, condivisi e giusti». E’ consapevole che il rischio sia quello di «non fare nulla» per cui ricorda un obiettivo irrinunciabile «che la festa sia migliore». L’appello è quindi aperto e rivolto a «tutti colore che alla festa tengono come noi con amore infinito». 

Insomma l’appello c’è. Le risposte, non si sa. Intanto i ragionevoli, a partire dal vescovo di Gubbio, dal sindaco, e poi giù a scendere fino ai rappresentanti dei ceri, non possono ignorare un appello nero su bianco. La scelta è tra assunzione di responsabilità o caos. E ogni variabile può determinare dovute conseguenze. 

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