Festa dei ceri mezzani a Gubbio credits ©️photostudiogubbio

di Maurizio Troccoli

Per chi non l’avesse ancora appreso, a Gubbio, l’ingresso in basilica di quest’anno, ha sprigionato il peggio che i ceraioli potessero esprimere. A partire dai capi. E questo, in occasione dei Ceri mezzani (giovani per i non addetti ai lavori), senza che questi ne avessero la piena responsabilità. Perché – peggio mi sento, si direbbe da queste parti – a rendersi protagonisti del peggiore comportamento da avere ai piedi del simbolo della città, sono stati gli adulti. Veniamo al dunque: guai a dire agli eugubini che quella dei ceri è una gara. Macché è una festa – ti risponderanno -, tranne poi assumere comportamenti tipici della peggiore competizione. Anche sotto i santi. Quest’anno San Giorgio ha impedito la chiusura del portone a Sant’Ubaldo. E tutto il resto non è difficile da immaginare. Calmi, è accaduto anche in passato. Ma le frustrazioni del tempo che viviamo imbrattano anche i Ceri.  

Un passo indietro: tradizione vuole che il cero di Sant’Ubaldo entri in basilica dopo la lunga corsa per le vie della città e fin sul monte. Una volta entrato e chiuso il portone, compiuti i riti dell’allegria con canti ed esultanze, apra il portone consentendo l’ingresso di San Giorgio e di Sant’Antonio per poi compiere i giri in verticale insieme e fare ingresso nella basilica. E’ un modo per riconoscere al patrono della città un omaggio simbolico ma per sottolineare, allo stesso tempo, che a prescindere dal santo che si porta in spalla, dal colore della camicia dal quartiere in cui vivi o dalla famiglia da cui vieni, la festa del santo patrono è allo stesso modo per tutti: santantoniani, sangiorgiari e santubaldari. E invece teorie del branco amplificate miste a muscolarismo da osteria portano a pensare a taluni che la festa è più dei santubaldari perchè ne portano il nome. A tali altri che impedirglielo significa dare loro una lezione. Mentre i terzi, i santantoniari restano più volentieri impalati a osservare lo spettacolo. Quanto basta ad attirarsi qualche simpatia in più, va riconosciuto. La cronaca dice che i ceraioli di San Giorgio sono riusciti a ribaltare il cero e a infilarlo nel portone prima che i ceraioli di Sant’Ubaldo lo chiudessero. E’ accaduto l’impossibile. Fine di ogni logica. 

Si vede dalle immagini che pur di fare entrare autonomamente il cero di Sant’Ubaldo nel portone il santerello viene tirato dalla testa fino a staccargliela. E qui andrebbe aperta una parentesi. Ma se i ceri sono dei semplici arieti con cui esercitarsi in una competizione del muscolo a chi arriva primo, o a chi riesce ad impedirglielo, o a chi si sente l’unico a dovere festeggiare considerando gli altri degli eterni secondi inferiori, insomma se il limite, l’orizzonte delle interpretazioni possibili da dare a questi simboli è quello delle smanie o delle frustazioni di individui le cui madri sono evidentemente fertili, perché continuare a tenere icone di santi su quelle colonne? A prescindere dal pagano misto al sacro, dalle bestemmie ai piedi del cero, dalle scazzottate tra un cero e l’altro, dicevamo: ‘a prescindere dal prescindere’, tanto caro ai ceraioli, ma quella figura sopra il legno meriterà un minimassimo rispetto? O la testa di sant’Ubaldo, dopo averla staccata (involontariamente!) dal cero, pur di tirarlo dentro il portone da solo, magari domani la lanciamo contro l’altro santerello? Non sarebbe il caso di valutare definitivamente se sia il caso di porre un limite alle bischerate oppure di sostituire quei simboli con altri così rendere tutto più in armonia con il contesto?

Ciliegina sulla torta, Sant’Ubaldo mocio mocio, si è defilato. Risentito com’era dell’oltraggio ricevuto ha chiuso baracche e burattini e ha abbandonato la scena. Nessun festeggiamento insieme agli altri due santi. Correggiamo: i ceraioli di Sant’Ubaldo se ne sono andati. Correggiamo ancora: i ceraioli anziani, hanno imposto ai giovani ceraioli santubaldari di non fare i giri insieme agli altri ceraioli giovani a fine corsa. Come dire: noi siamo sant’Ubaldo, chi sei tu da dovere festeggiare con noi? Noi siamo i veri tutelari della festa, tu ceraiolo di San Giorgio o Sant’Antonio sei solo un orpello. E se noi decidiamo, smontiamo gli attrezzi e portiamo via il giochino. Con il risultato – brutto da vedere, ma plastico per trivialità e irragionevolezza – chi doveva festeggiare da solo è diventato l’unico a non festeggiare. Anzi peggio, i propri figli, senza che lo volessero. Qualcuno si giustificherà così: i santubaldari non hanno festeggiato perché si sarebbe visto brutto il santo senza testa sul cero. Ma la si sarebbe potuta approntare in pochi minuti, per renderlo presentabile, come tra l’altro hanno fatto poi dopo per la discesa, quando la statuetta risultava con la testa rimontata, approntata con del nastro bianco. E anche qui va aperta la parentesi, ma il criterio di ciò che è bello o brutto a chi sarebbe stato affidato?

Se cioè è bello assistere alla guerra sotterranea che si organizza alle scale della basilica, dove schieramenti di entrambi i fronti si fanno trovare pronti per lottare da una parte al fine di garantire a Sant’Ubaldo l’ingresso esclusivo da ‘One man show’ oppure a San Giorgio di piegarsi addosso al santo in modo da impedirglielo, giustificando ogni azione di malcostume: dalle bestemmie, a ogni forma i imprecazione, fino alle scazzottate o vendette portate in serbo per anni. Se è bello assistere a chi pur di canalizzare il cero afferra il santerello dalla testa strappandogliela di fatto. Se è bello vedere che persino i padri, quelli cioè che dovrebbe trasmettere il buon esempio ai mezzani, smontano caviglie e barella e se ne vanno via tronfi rivolgendosi ai propri ragazzi con un ‘ma che alzate che il santo è smontato’. Se è bello vedere una furia animale esercitata al fine di chiudere quella porta fino a strozzare la statua del santo rivale, come accaduto in passato (era probabilmente il 2014) per San Giorgio, o peggio fino a schiacciare un piede a un ceraiolo, non sarà il peggiore dei mali portare una statuetta senza testa!

Si dice a Gubbio che questa, pur con queste sembianze, è la festa del popolo. Un’entità vasta e contraddittoria in grado di giustificare tutto. Infatti le istituzioni non devono mettersi in mezzo. Il sindaco? Lui non c’’entra nulla. I vescovo? Il prete? Non si discute. Allora i capodieci? A farli parlare tra loro? Manco i secoli ci riescono. E allora? Allora è il caos. E il caos tiene in vita il bollore viscerale. Anche se disucativo. Dentro il brodo ci finisce tutto persino ‘che il problema sono le donne e i bambini’. O ancora le cantine di dentro o fuori le mura dove entrano solo quelli che decidono loro. O forse i vecchi che vogliono ancora comandare. O la chiesa che consente di prendere a mazzate i santi. Anzi la colpa è del vino maledetto. Della gara a chi è più puro. Delle smanie di protagonismo degli adolescenti che non mollano l’adolescenza neanche quando tocca ai figli. «Ma mi raccomando, questa è solo una festa – così ha detto a Umbria 24 un capo ceraiolo – non chiamatela competizione. Vabbè tanto voi non potete capire»

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