Un laboratorio (Louis Reed-Unsplash)

«Dai dati emerge una chiara espansione geografica dall’epicentro umbro a regioni quali Lazio e Toscana della cosiddetta ‘variante brasiliana’, che deve essere contrastata con le massime misure di mitigazione». Lo si legge nelle conclusioni dello studio sulle varianti del Coronavirus condotto dall’Iss e dal ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler.

IL FATTO: VARIANTI GIA’ A DICEMBRE

Inglese oltre metà campioni In Italia al 18 febbraio scorso la prevalenza della cosiddetta ‘variante inglese’ (o “del Kent”) del virus Sars-CoV-2 era del 54,0%, con valori oscillanti tra le singole regioni tra lo 0% e il 93,3%, mentre per quella ‘brasiliana’ era del 4,3% (0%-36,2% in Umbria) e per la ‘sudafricana’ dello 0,4% (0%-2,9%).  Per l’indagine è stato chiesto ai laboratori delle Regioni e Province autonome di selezionare dei sottocampioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus, secondo le modalità descritte nella circolare del ministero della Salute dello scorso 17 febbraio. Il campione richiesto è stato scelto dalle Regioni in maniera casuale fra i campioni positivi garantendo una certa rappresentatività geografica e se possibile per fasce di età diverse. In totale, hanno partecipato 101 laboratori, e sono stati effettuati 1296 sequenziamenti.

Umbria tra Inglese e Brasiliana Su 247 campioni positivi in 4 laboratori dell’Umbri ne sono stati sequenziati 47. Trovati 24 di variante Inglese (B.1.1.7) pari al 51,1%, 17 di Brasiliana (P1) pari al 36,2%, nessuno di Sudafricana.

Contenere diffusione Secondo lo studio «la cosiddetta ‘variante inglese’ sta diventando quella prevalente nel paese, e in considerazione della sua maggiore trasmissibilità occorre rafforzare/innalzare le misure di mitigazione in tutto il Paese nel contenere e ridurre la diffusione del virus mantenendo o riportando rapidamente i valori di Rt a valori <1 e l’incidenza a valori in grado di garantire la possibilità del sistematico tracciamento di tutti i casi». Si raccomanda poi di «continuare la sorveglianza genetica per stimare la trasmissibilità relativa di P1, considerando la sua chiara espansione geografica dall’epicentro umbro a regioni quali Lazio e Toscana».

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