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di Silvia Colangeli

«La ricerca di nuovi mercati è diventata per molte imprese non solo una strategia, ma un imperativo di sopravvivenza». Con queste parole Marco Giulietti, presidente di Umbria Export ha aperto il seminario che il 31 ottobre ha celebrato i 40 anni dell’agenzia per l’internazionalizzazione delle imprese, emanazione di Confindustria Umbria, nata dall’intuizione dell’imprenditore Renzacci, che ne divenne il primo presidente.

I relatori Oltre al giovane presidente di Umbria Export, seduti al tavolo dei relatori c’erano il presidente di Confindustria Umbria Ernesto Cesaretti, il presidente del Fondo italiano d’investimento Innocenzo Cipolletta, l’imprenditore Brunello Cucinelli, il Ceo e general manager di Dallara automobili Andrea Pontremoli, Giampaolo Bruno per l’ICE (Istituto nazionale del commercio estero) e la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. Ha moderato l’incontro Silvia Pieraccini, giornalista del Sole 24 ore.

Chi crede al made in Umbria «La necessità di internazionalizzazione – ha proseguito Giulietti – oggi così lampante, lo era molto mento 40 anni fa. E oggi, dati alla mano, chi punta sul made in Umbria non lo fa per un calcolo finanziario e matematico.Lo fa perché crede in questa straordinaria regione, fatta di persone ancora prima che di aziende, convinto che sia piena di risorse preziose, talento e creatività»

Incrementare l’export Stando ai dati Istat e all’ultimo rapporto regionale, soltanto il 21% delle aziende italiane esporta e la percentuale cala al 17% nella realtà regionale.«Scegliere mercati adeguati – ha detto Gianpaolo Bruno dell’ Ice – diventare leader nei processi intermedi, investire e aprirsi all’innovazione. Sono queste le strade da percorrere per gli imprenditori che vogliono puntare sull’export. Per farlo bisogna considerare i cambiamenti nei processi produttivi e nella distribuzione della ricchezza, nonché i rischi legati a fattori geopolitici».

La crescita globale «Il pianeta – ha ricordato Cipolletta, presidente del Fondo italiano d’investimento – cresce annualmente del 3, 4%. I paesi ricchi sono fermi, mentre gli ex paesi sottosviluppati ora si chiamano emergenti. E qualcuno è già emerso. Questa situazione ci dovrebbe rallegrare e noi, come imprenditori e come europei dovremmo essere pronti a raccogliere la sfida».

Cucinelli e il valore italiano del lavoro «Abbiamo ridisegnato – ha detto il principe del cachemire – la mappa mondiale del lavoro e per l’Italia l’unica strada è l’eccellenza. Quando m’intervistano all’estero la prima domanda riguarda sempre l’Italia. Io cerco di raccontare quella che vorrei. Rispettare i nostri dipendenti e tenere in grande considerazione il lavoro che fanno è una nostra peculiarità, succede in poche parti del mondo. I grandi ideali sono inversamente proporzionali al consumismo. Ce lo possono insegnare anche i ragazzi che lavorano per noi, con la loro carica di giovinezza ed erotismo. E dobbiamo tornare a nobilitare il lavoro manuale».

La ricchezza diffusa fa guadagnare di più Sul tema della formazione si è concentrato anche Andrea Pontremoli, numero uno di Dallara automobili: «Anch’io, come Brunello, ho fondato nel mio territorio, vicino Parma, alcuni istituti di formazione per i miei dipendenti e per quelli che lo saranno. Non lo faccio per beneficenza, ma perché tutti ne trarranno profitto. Un prodotto di altissimo valore è frutto anche della qualità del territorio che lo produce».

Marini e la scommessa sulla formazione «Risorse finanziarie, missioni all’estero e azioni politiche. Questi – ha detto la presidente della Regione Catiuscia Marini, chiudendo gli interventi – sono gli strumenti attraverso cui agiremo, insieme alle associazioni di categoria e alle imprese, per migliorare la nostra capacità di esportazione». Anche la governatrice dell’Umbria ha affrontato il tema della formazione:«Nella prossima programmazione europea è sempre più forte l’idea di un percorso formativo direttamente collegato col mondo del lavoro. Tra beneficiari dei fondi pubblici, ci saranno in particolare quelle imprese che insieme a noi scommetteranno sul futuro lavorativo dei giovani».