di Daniele Bovi

Un cambiamento che riguarderà migliaia di famiglie in Umbria che impiegano colf, badanti e anche baby sitter. Ad aprile l’Ispettorato nazionale del lavoro ha chiarito in via ufficiale che il Trattamento di fine rapporto nel settore del lavoro domestico non può essere versato mensilmente in busta paga. La circolare dell’Inl mette fine a una prassi piuttosto diffusa, usata da molti datori di lavoro per diluire nel tempo il costo del Tfr. Una modalità ritenuta però illegittima e non conforme alla funzione del Tfr, che per legge deve essere accantonato durante tutto il rapporto di lavoro e liquidato solo al termine dello stesso.

Cosa cambia L’unica eccezione ammessa è quella dell’anticipazione annuale, fino a un massimo del 70 per cento dell’importo maturato. Questa possibilità, prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro domestico, deve essere richiesta in modo formale e documentata. Si tratta quindi di una misura del tutto diversa dalla mensilizzazione automatica, che non è prevista né tollerata dal contratto. Secondo le indicazioni dell’Ispettorato, in caso di ispezione, i datori di lavoro che abbiano adottato la mensilizzazione saranno tenuti a interrompere subito la pratica e a ripristinare il corretto accantonamento del Tfr. Inoltre, potrebbero essere costretti a versare nuovamente quanto già pagato, con il rischio concreto di dover sostenere un doppio costo per lo stesso trattamento.

I dati Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, nel 2023 in Umbria erano 17.120 i lavoratori domestici, dei quali il 54 per cento badanti e il restante 46 colf. In tre casi su quattro il contratto è relativo a non conviventi. Nel complesso l’età media è di 51 anni e in nove casi su dieci si tratta di donne. Oltre il 70 per cento di questi lavoratori è straniero e circa uno su due arriva dall’Est Europa. A dare loro lavoro sono più di 18mila famiglia umbre, per una spesa media annua di oltre 8mila euro. Nel complesso il costo ammonta a oltre 151 milioni di euro, 119 dei quali relativi a stipendi mentre 23 riguardano contributi e 9 il Tfr. L’impatto sul Pil umbro è di circa 300 milioni di euro all’anno, con un’incidenza dell’1,2 per cento; dato che, insieme a quello della Sardegna, è il più alto d’Italia. Tenendo conto delle dinamiche demografiche, l’altro dato certo è che in futuro ci sarà sempre più bisogno di questi lavoratori: secondo le stime dell’Osservatorio i potenziali beneficiari nel 2050 potrebbero aumentare di quasi il 50 per cento.

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