Uno scarico a Fosso Brecce

di Daniele Bovi

Scarichi fognari in gran quantità, eccessiva presenza di fitofarmaci, cioè di sostanze usate per le coltivazioni, utilizzo intensivo di acque per l’irrigazione e «diffusa presenza» di allevamenti, perlopiù di suini. In 150 pagine l’Arpa, ossia l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, passa al setaccio le condizioni di salute del torrente Genna, uno dei principali affluenti del fiume Nestore che, dopo essere nato alle pendici di Monte Malbe, si estende per una lunghezza complessiva di 22,8 chilometri attraversando prima un territorio fortemente abitato nella zona di Perugia e poi, nella parte centrale e finale, «un contesto agricolo di notevole pregio ambientale». Il risultato delle due campagne di monitoraggio, (condotte insieme a Umbra Acque) durate due anni e che hanno riguardato 54 punti ritenuti strategici (sia lungo l’asse principale del Genna che nei suoi affluenti) fanno parlare l’Agenzia di un «un considerevole carico inquinante» e nel complesso di un «contesto di degrado».

In acqua I mali non sono nuovi e affondano le loro radici nel tempo. Nel processo di espansione della città, sottolinea infatti l’Arpa, alcuni fossi sono stati interrati e adibiti a collettori fognari, che sono diventati quindi degli affluenti. Una rete fognaria che «si è pressoché sostituita al drenaggio naturale delle acque» e che trasporta più acqua meteorica del dovuto, diluendo così i reflui fognari e facendo funzionare troppo gli scolmatori di piena, ovvero i ‘bypass’ idraulici che dovrebbero entrare in funzione, appunto, solo in caso di piena. In alcune zone poi (Monte Grillo, Oliveto, Santa Lucia, San Vetturino, Montebello, via della Pallotta e strada Tuderte) alcuni tratti di reti fognarie non sono attaccate alle dorsali, e così i reflui finiscono direttamente in acqua. In tutto, nel bacino del Genna, sono state identificate, georeferenziate e fotografate 109 condotte di scarico (molte delle quali mai censite).

Pessimo stato Riguardo ai 54 punti in cui sono stati monitorati alcuni parametri (come gli azoti, il fosforo totale e l’ossigeno disciolto), solo nel 18 per cento dei casi si può parlare di un giudizio «buono» o «elevato», mentre nel 68 per cento è «cattivo» o «scarso». In particolare la valutazione è cattiva in corrispondenza del tratto cittadino (le maggiori criticità ci sono tra il cinema UCI e il depuratore di Perugia) mentre migliora leggermente nella parte finale del torrente. Quanto ai fitofarmaci, la loro presenza è superiore ai limiti solo negli affluenti con situazioni particolarmente critiche nelle aree agricole di San Biagio della Valle, Villanova e San Valentino. Addirittura, visti i livelli di concentrazione del principio attivo, l’Arpa ipotizza che a San Biagio venga ancora utilizzata l’atrazina, un erbicida in teoria vietato in Italia dal 1992.

Inquinamento di base Altri problemi riguardano il fondale del fiume, fatto da ghiaia grossolana che non favorisce l’accumulo di sedimenti fini, anche se una delle preoccupazioni principali consiste in quello che l’Arpa chiama «inquinamento di base», provocato dal «rilascio continuo di reflui non trattati» che arrivano dalle frazioni non dotate di depuratore e da alcune zone di Perugia non collettate al depuratore di Pian della Genna. A ciò vanno aggiunti «eventi anomali di notevole entità», cioè quelle ore in cui schizzano in alto i valori di ammonio a causa di reflui che arrivano da depuratori, fogne oppure allevamenti zootecnici. Due terzi di questi eventi anomali si registrano nel Perugino probabilmente a causa degli scolmatori, del fermo impianto di depurazione o degli allevamenti; causa, quest’ultima, che è l’unica spiegazione per quanto riguarda il territorio di Marsciano.

Allevamenti Nella zona di Perugia sono sei gli allevamenti per un totale di 12.900 maiali mentre a Marsciano sono 15 per un numero vicino a 16.200 capi. In più punti, vicino all’asta principale del Genna, ci sono le lagune di stoccaggio dei liquami grezzi che generano «un “mosaico” di punti di potenziale rilascio di materiale inquinante». A questi va aggiunto l’impianto consortile di Olmeto, inattivo ma con due grandi lagune in cui si sono reflui trattati. Complessivamente le zone con i maggiori problemi, quelle dove ci sono «evidenti condizioni di degrado ambientale, sono i fossi dell’Oliveto, di Santa Lucia, di Santa Barnaba, di Sant’Ilario, Vescina, Brecce, Burgiano e Colognola nel Comune di Perugia e di San Valentino, Sant’Elena e San Biagio in quello di Marsciano.

Twitter @DanieleBovi

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