Pasquale Orologio, tornato dal Giappone dopo il terremoto

di Ivano Porfiri

«Noi italiani eravamo terrorizzati, non i giapponesi. La mia fidanzata è rimasta lì. Mentre io partivo, lei mi ha detto: «Se tutti ce ne andiamo adesso il Giappone crollerà». E’ una testimonianza drammatica, di una persona che ha visto tutto il mondo che aveva intorno scosso e cambiato, quella di Pasquale Orologio detto Lino, 42 anni, nato in Canada, vissuto per anni a Perugia (gestiva con i genitori un negozio al Mercato coperto), partito per Tokyo sette anni fa. In redazione davanti alla telecamera fa un racconto a braccio: «Se ci penso – dice – sto ancora male».

Dentro un incubo «Adesso sono tornato e non penso che andrò più a vivere in Giappone perché non ce la facevo più: una scossa di terremoto ogni 15 minuti e la paura di mangiare, bere, respirare per non assorbire radiazioni». Fuori dalla telecamera racconta di essersi già sottoposto ad accurate analisi dopo il suo rientro: quasi niente su di lui, ma tracce di radiazioni sulle ruote del trolley solo per averlo trasportato da casa sua all’aeroporto.

La scossa Il racconto di Lino parte dai terribili momenti della scossa del nono grado della scala Richter dell’11 marzo. «Stavo lavorando nel ristorante, e improvvisamente ho visto i bicchieri cadere, i mobili muoversi. Siamo usciti, poi rientrati e c’è stata la seconda scossa, violentissima: per la prima volta ho visto tutti i giapponesi per strada e come se un’onda attraversasse la terra, i palazzi facevano avanti e indietro. Io istintivamente mi sono attaccato a un albero. Io ero terrorizzato, mentre i giapponesi si sono rimessi tutti a lavorare: sono un popolo incredibile, completamente diversi da noi».

Un popolo incredibile Lino racconta di giorni in cui Tokyo, metropoli da 13 milioni di persone, è rimasta ferma con la metropolitana bloccata. «Ho accompagnato un paio di persone a casa con il motorino anche se lì è vietato e le regole di solito si rispettano». Poi le notti passate vestiti sul pianerottolo con la famiglia della fidanzata che non riusciva a contattare i nonni a Sendai. «Ma era lei a rassicurarmi, non aveva paura e se lei la pensa così tutto il popolo giapponese la pensa così».

La paura di respirare radiazioni Anche con il successivo allarme nucleare i nipponici non hanno perso il loro spirito. «C’è la nube che va un giorno verso il mare e un giorno verso Tokyo. Io mi sentivo in trappola, per questo e per rassicurare la mia famiglia sono tornato». Lino dice di voler portare la fidanzata in Italia, ma sa che l’efficienza che ha lasciato non la troverà in Italia. «Sarà difficile trovare lavoro ma è una decisione che ho preso, anche se mi resta un’ammirazione incredibile per quel popolo. In ogni caso di tanto in tanto ci tornerò, sia per la famiglia della mia fidanzata che per la mia attività di import-export».

Un’ultima domanda Lino chiude parlando di centrali nucleari e di energia. E affida alla telecamera un’ultima domanda: «Perché qui in Italia si è già smesso di parlare del Giappone?».

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