di Chiara Fabrizi
«Incollocabilità sul lavoro». Questa la pronuncia emessa dal giudice del lavoro Monica Nicito sul caso di Alessandro Ridolfi, l’addetto alla gestione esplosivi di 43 anni che nel marzo 2009 lavorando all’interno della galleria Tescino della superstrada Terni-Rieti entrò in contatto con un liquido colato dalla volta del tunnel contenente «cromo esavalente in misure superiore ai limiti consentiti e che gli ha causato una grave forma allergica con polisensibilizzazione a varie sostanze metalliche e non, ma perfino ad allergeni alimentari».
L’intervista ad Alessandro Ridolfi: video
La malattia: fotogallery
Alessandro Ridolfi incollocabile sul lavoro La pronuncia è stata emessa nei giorni scorsi dal tribunale di Arezzo che ha quindi riconosciuto a Ridolfi l’assegno di incollocabilità sul lavoro, ossia circa 250 euro al mese. Poca cosa rispetto alle condizioni in cui ormai da sette anni vive Ridolfi con frequenza colpito da ulcere, lesioni dermatitiche, vesciche, croste e sanguinamenti che si acutizzano al semplice contatto con sostanze metalliche non solo cutaneo, ma anche tramite vie respiratorie. La sentenza di incollocabilità sul lavoro è piuttosto rara, non unica, ma di certo estremamente inusuale. Tant’è che la mattina in cui la pronuncia è stata depositata le due pagine firmate dal giudice toscano sono passate di mano in mano tra alcune decine di avvocati. A nessuno era mai capitato di vedere una sentenza di incollocabilità.
La sentenza del tribunale di Arezzo Eppure l’Inail di fronte al giudice del lavoro si era opposto alla richiesta presentata dall’avvocato Roberto Alboni, che assiste Ridolfi, ma la consulenza tecnica disposta dal tribunale non ha lasciato scampo a equivoci. Il medico nella perizia ha messo nero su bianco: «Il ricorrente vive in pratica chiuso in casa contro la sua volontà, è impossibilitato a svolgere attività lavorativa e ad avere una normale vita di relazione. In base al quadro descritto e supportato da copiosa documentazione medica, il consulente ha concluso per l’assoluta incollocabilità sul lavoro». Al giudice, quindi, non è rimasto che accogliere la richiesta dei legali del quarantatreenne.
«Mi hanno rovinato a vita» Ridolfi raggiunto telefonicamente da Umbria24 ha spiegato: «Mi hanno rovinato a vita, anche se ancora nessuno ha capito il danno provocato da queste sostanze. Il mio sistema immunitario continua a rispondere in maniera anomala a qualsiasi sostanza tocchi o respiri e nell’arco di 72 ore mi ritrovo piagato, pieno di ulcere, consideri che ne ho avute oltre 320. L’incollocabilità è clamorosa – prosegue – significa che non posso più lavorare, che nessuno si assume la responsabilità di farmi riprendere qualsiasi attività retribuita, sono di fatto escluso dalla vita civile, vivo come un eremita, mi sono dovuto ritirare in montagna per tentare di sopravvivere. Con questa sentenza del tribunale di Arezzo – conclude – andremo dal giudice civile, visto che per il procedimento penale sembra ci sia poco da fare».
Prescrizione Il 24 marzo al tribunale di Terni, infatti, si apre il processo a carico dell’amministratore unico della Terni Rieti scarl, del direttore del cantiere e del responsabile del servizio di prevenzione, tutti accusati di lesioni colpose, così come stabilito dal gup che ha derubricato le lesioni volontarie contestate dal pubblico ministero Elisabetta Massini. Sul procedimento, però, incombe la prescrizione, che per il reato in questione è fissata in sette anni e mezzo, ossia a settembre 2016.
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