di M.R.
È tornato in Corte di Assise d’appello di Reggio Calabria il processo ‘Ndrangheta stragista, che riguarda gli attentati ai carabinieri tra il 1993 e il 1994 nel Calabrese, dopo che la Cassazione ha annullato le sentenze di ergastolo, di primo e secondo grado, nei confronti dei due soggetti, uno al vertice della ‘Ndrangheta reggina, l’altro boss di Brancaccio già condannato per altre stragi, accusati di essere mandanti degli agguati in cui persero la vita alcuni militari dell’Arma. Si tratta di Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano. Quest’ultimo, detenuto nel carcere di Terni in regime di 41 bis, in vista dell’udienza del 2 luglio scorso, ha denunciato la violazione del diritto di difesa e pertanto ottenuto dal giudice un rinvio al prossimo ottobre.
Strategia stragista Da quanto rappresentato in aula dalla difesa dello stesso Graviano, carte alla mano di quanto segnalato al magistrato di sorveglianza il mese precedente, l’imputato non sarebbe stato messo nelle condizioni di contattare l’avvocato che era stato nominato d’ufficio, rimpallato dal personale penitenziario senza avere il riferimento telefonico del legale che poi ha rinunciato all’incarico per motivi di salute. In collegamento dalla città umbra, c’era l’avvocato Rita Petricca del Foro di Terni, nominata per difendere il detenuto proprio di fronte al Magistrato di sorveglianza, ma nominata nel processo di Reggio come suo difensore prontamente reperibile.
Graviano Eccepito che Graviano non aveva potuto leggere nulla del processo, né depositare documenti o lista testi, Petricca ha ottenuto il rinvio a ottobre. Si dilatano così, dopo oltre trent’anni, i tempi per fare luce sulla verità degli attentati che, nell’impianto accusatorio, e dalla testimonianze dei collaboratori erano parte della strategia stragista dell’organizzazione mafioa Cosa nostra in relazione a vari delitti di sangue aggravati da premeditazione, terrorismo e finalità di eversione dell’ordinamento democratico con lo scopo ultimo di agevolare la trattativa Stato-Mafia. «Gli attentati ai carabinieri – si legge nella ricostruzione della Cassazione – erano collegati alle stragi di Capaci e via D’Amelio e quelle avvenute a Roma, Firenze e Milano nei primi anni ’90. Il culmine si sarebbe dovuto raggiungere con un attacco dinamitardo, rimasto mero tentativo, presso lo stadio Olimpico di Roma. Il Palazzaccio, tuttavia, ha ritenuto che il ruolo di mandanti ascritto a Filippone e Graviano non sia dimostrato adeguatamente, sottolineando che l’ambito di intervento del giudice di rinvio riguarderà il tema centrale delle prove specifiche a carico degli imputati.
