mercoledì 21 novembre - Aggiornato alle 19:35

Strage di Bologna, Sergio Secci era tra le vittime: il ricordo e il dolore di chi lo conosceva

Sergio Secci

di Marco Torricelli

Sergio Secci, il 2 agosto del 1980, aveva 24 anni. Uno più di me.
Alle 10,25 io ero a Rimini, Camping Welcome, e stavo montando una tenda.
Sergio stava andando a Bolzano, dove aveva appuntamento con un gruppo teatrale di Treviglio, il “Teatro di Ventura”.
Io ero partito la mattina presto, da Terni, perché fino alla sera prima avevo lavorato.
Sergio era partito la mattina presto da Forte dei Marmi, dopo una serata in compagnia di amici bolognesi, suoi ex compagni di università.
Io ero andato in macchina.
Sergio era andato in treno e quello su cui viaggiava era arrivato a Bologna, la ‘sua’ Bologna, in ritardo (era di Terni, Sergio, ma bolognese di adozione: a Bologna aveva ottenuto una laurea strepitosa al Dams, tutti trenta e trenta lode). Saltata la coincidenza delle 8.18 per Bolzano, Sergio sarebbe dovuto partire con un treno successivo, che sarebbe partito alle 10,50.
Io avevo perso un po’ di tempo con la registrazione dei dati all’ingresso del Camping.
Sergio aveva telefonato a Treviglio, per avvertire del contrattempo.
Alle 10,25, mentre io piantavo picchetti, la bomba era esplosa.
Sergio non era morto subito: per ricostruire la sua identità, i medici gli avevano mostrato foglietti di carta con lettere dell’alfabeto. Quando appariva la lettera giusta, lui faceva un cenno con la testa e fu così che erano riusciti a capire chi fosse.
Io avevo sentito la notizia dello ‘scoppio’ da una radiolina a transistor, ma ero al corrente del suo programma e sapevo che lui ‘non poteva’ essere lì a quell’ora. Il giorno dopo avevo comprato “Il resto del Carlino” e avevo visto, tra le tante, una foto. Era irriconoscibile, ma, chissà perché, ero andato alla prima cabina telefonica che avevo trovato e avevo telefonato a Terni (i telefonini non esistevano ancora), a Radio Galileo, la radio nella quale tutti e due ‘trasmettevamo’. La nostra radio.
Sergio era steso in un letto d’ospedale. Combatteva. Era condannato a morire, ma combatteva.
Al primo squillo aveva risposto Brunella, cioè, non aveva risposto: il suo singhiozzo me lo porto ancora dentro. E io avevo capito che quello, in quella barella che avevo visto nella foto, era Sergio. Ma forse lo sapevo già. Anzi, lo sapevo, Speravo solo che fosse un brutto scherzo.
Torquato, il padre di Sergio (Lidia, la mamma, non stava bene) era già lì, accanto a lui.
Io avevo detto a quelli che erano con me che ‘avevo da fare’ ed ero andato alla stazione. In pantaloncini e maglietta. E ciabatte da mare.
Sergio moriva, un po’ alla volta, soffrendo come un cane. E Torquato con lui. Come pure Lidia.
Io ero arrivato a Bologna nel pomeriggio. Un taxista mi aveva portato, gratis, al ‘Maggiore’ e, ancora sento la sua voce “Ragasso – mi aveva detto – senti mo’ ben…se vuoi ben al tuo amico…non pianzer mica…”. E, infatti, quando lo avevo visto non avevo pianto. Torquato, nel vedermi arrivare, vestito ‘da mare’, aveva scosso il capo e quella lacrima, sulla sua faccia magra, mi fa soffrire ancora oggi.
Sergio non si era reso conto (ho sempre sperato, disperatamente, che avesse capito che io ero lì, ma non era, semplicemente, possibile), ma che vale?
Ero andato via, finalmente libero di piangere, di urlare, di bestemmiare…un vigile urbano (grazie, se sei ancora su questa terra…) mi aveva fermato, lungo Via Indipendenza: “Ehi, tu – mi aveva detto – cosa zè?”. Gli avevo detto che un mio amico stava morendo per la bomba e lui, ti voglio bene, mi aveva fatto una carezza: “Và a casa, ragasso – mi aveva detto – e prega…”.
Sergio è morto, al reparto di rianimazione, il 7 agosto del 1980. Io non avevo pregato. Ma non credo che sarebbe servito.
Sono passati tanti anni, Sergio. Quasi una vita. Ma quando penso a te, amico mio indimenticabile, mi torna in mente, chissà perché, il tuo modo (forse un vezzo, o cosa non lo so) di pronunciare un nome. Quello di Bob Dilan. Tu, e chi c’era se lo ricorda, dicevi sempre, in radio: “Bab Dilan”…con la ‘a’ di Bob, ‘americana’ e la ‘i’ di Dilan, pure.
Ecco, Sergio Secci, dolce amico a cui non ho mai smesso di volere bene. Stanotte penso a te e ai figli di puttana che ti hanno dilaniato.
E temo che non dormirò.

2 risposte a “Strage di Bologna, Sergio Secci era tra le vittime: il ricordo e il dolore di chi lo conosceva”

  1. Silvia ha detto:

    Bellissima testimonianza!

  2. giuseppe ha detto:

    Da brividi e dal profondo del cuore….

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