martedì 21 maggio - Aggiornato alle 22:51

Proteggi Italia, la beffa all’Umbria sui fondi ha radici nel passato

Tutta la storia dei tentativi di combattere il dissesto idrogeologico dalle Autorità di Bacino ai soldi ripartiti dal governo Conte

Frana (foto archivio)

di Diego Zurli*

Un interessante libro pubblicato in formato digitale qualche anno fa scritto da Giovanni Menduni, uno dei più brillanti e autorevoli studiosi del dissesto idrogeologico, racconta circa vent’anni di storia della difesa del suolo in Italia. Una narrazione caratterizzata da grandi slanci in avanti e altrettante retromarce nel tentativo, tuttora irrisolto, di offrire un quadro di riferimento istituzionale e normativo stabile ed efficace per poter affrontare la gestione dei rischi naturali e più in generale il governo del territorio di un paese come il nostro bello ma, purtroppo, assai fragile. Ho riaperto le pagine del libro dopo aver appreso con sconcerto l’inspiegabile scippo ai danni dell’Umbria in occasione del recente riparto operato dal Governo gialloverde che destina nel prossimo triennio la miserabile cifra di circa tre milioni di euro, a fronte di una disponibilità in oltre 10 miliardi. In attesa di capire un po’ meglio i contenuti del piano per la mitigazione del rischio idrogeologico ‘Proteggi Italia’ presentato dal Governo che lo definisce enfaticamente ‘il più grande piano contro il dissesto del territorio mai fatto’, è senz’altro utile riepilogare a sommi capi il travagliato percorso che ha reso possibile l’esito di una vicenda altrimenti incomprensibile.

La nostra regione, per le sue caratteristiche morfologiche, è infatti una di quelle maggiormente interessate da eventi a carattere idro-geologico; basta dare un occhiata alle carte elaborate da Ispra, per capire l’estrema vulnerabilità che caratterizza il territorio regionale da cui discende la necessità di una costante attenzione ai problemi del dissesto e la continua cura che occorrerebbe riservargli. L’intreccio secolare tra natura e cultura, che ha reso possibile la sedimentazione di insediamenti e paesaggi di straordinario valore, costituisce il carattere riconoscibile e insostituibile dell’identità dell’Umbria. In un recente saggio ho riassunto il lungo ed impegnativo lavoro compiuto negli anni da una regione come l’Umbria, da tutti considerata virtuosa, nell’affrontare attraverso un originale approccio denominato “multirischio” il grande tema della prevenzione e della previsione dei rischi naturali. Nel corso degli anni sono stati inoltre predisposti numerosi programmi di intervento alcuni dei quali, come quello che portò anni fa alla approvazione delle leggi speciali per Todi ed Orvieto, sono tuttora considerati in ambito nazionale un esempio di buone pratiche. Anche per questo motivo, la decisione di escludere l’Umbria dal piano assume connotati beffardi e, almeno per quanto mi riguarda, insopportabili. L’arte del fare e del disfare ha sempre caratterizzato un paese come l’Italia, e riassumere in poche parole le vicissitudini della infinita Tela di Penelope che ha visto cambiare indirizzi ed assetti al mutare degli orientamenti politici, è cosa piuttosto ardua.

Si può senz’altro iniziare partendo da una buona legge, la 183 del 1989, che a tutti gli addetti ai lavori sembrò rappresentare un punto di equilibrio assai avanzato per fronteggiare la fragilità idrogeologica del paese. Occorre ammettere che il testo fu il frutto di un lungo lavoro di indagine compiuto da un grande professore di idraulica del Politecnico di Milano, Giulio De Marchi e, al tempo stesso, figlio di una cultura politica di marca riformista impersonata da un brillante Ministro dell’Ambiente come Giorgio Ruffolo che ebbe il merito di concludere il lunghissimo iter della legge. Le idee-forza che ne caratterizzarono l’impianto furono la necessità di mantenere strettamente legate la tutela della risorsa idrica dalla sua gestione: il “mondo del troppo da quello del poco” come ebbe a definirlo Giovanni Menduni, la pianificazione in forma unitaria in tutti i suoi risvolti territoriali, sociali ed economici, l’ambito di riferimento rappresentato dal bacino idrografico e la presenza di una regia e di una governance unitaria nella quale concorressero con pressoché pari dignità lo Stato e le Regioni.

Nascono così le Autorità di Bacino – nazionali, interregionali e regionali – che cominciano a muovere i primi difficili passi. Quasi subito, con il dibattito sul federalismo, cominciarono i primi conflitti istituzionali sulla ripartizione delle competenze tra centro e periferia ma, nel suo insieme, la legge resse abbastanza bene. Dopo un decennio circa, sulla scia dell’emozione provocata dagli eventi di Sarno, un provvedimento a carattere straordinario cominciò a scardinare l’impianto generale della legge accusata di una attuazione troppo lenta e farraginosa. L’idea di fondo – quella di una pianificazione omogenea e interdisciplinare – comincia progressivamente a vacillare per effetto di provvedimenti a carattere straordinario tra i quali, il più importante, fu quello che impose l’immediata adozione di Piani Stralcio “per l’assetto idrogeologico”. In questo frangente si incrina l’asse Stato-Regioni che fino ad allora aveva tenuto abbastanza e i Piani Stralcio vengono redatti in tempi ravvicinati seguendo una logica che oggi definiremmo di tipo commissariale, non senza fortissimi conflitti. Alla fine, tuttavia, i piani furono redatti pur con evidenti limiti ed anche con qualche palese errore. Ma, finalmente, furono fatti.

Facciamo un brusco salto in avanti di qualche anno. Nel frattempo succedono altri disastri e si struttura il Servizio nazionale di Protezione Civile che introduce la categoria del “tempo reale”, proprio della gestione dell’emergenza, distinto da quello del “tempo differito” proprio della pianificazione di bacino che necessita di tempi lunghi. Si riconosce l’importanza e il concorso di una pluralità di soggetti nello svolgimento delle attività del Servizio secondo una architettura di rete e nascono i Centri Funzionali ristabilendo una sorta di tregua tra governo e regioni: una sorta di “compromesso storico” – come lo definisce Menduni – o meglio di “convergenze parallele” tra pezzi dello Stato che, almeno per un po’, cessano di guardarsi in cagnesco. La tregua dura poco: ai conflitti latenti tra centro e periferia si aggiungono quelli interni all’apparato dello Stato con il trasferimento dei poteri in materia di difesa del suolo da Porta Pia a via Cristoforo Colombo, dal Mit al Mattm. Le tendenze iper-stataliste prendono definitivamente il sopravvento in particolare nell’allocazione delle risorse ormai totalmente svincolate da ogni logica di programmazione.

La rottura definitiva di un modello basato sulle “convergenze parallele” però avviene con la legge delega al Governo Berlusconi per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale, la Legge 15 dicembre 2004, n. 308 alla quale fa seguito Il decreto legislativo n. 152 recante “Norme in materia ambientale”. E’ la definitiva pietra tombale sopra la legge 183/1989 – la migliore mai scritta – purtroppo rimasta in gran parte inattuata.

Il resto è cronaca di questi anni. Le Autorità di Bacino vengono soppresse e vengono sostituite da quelle di Distretto, salvo rimanere tuttora di fatto operanti, a distanza di tredici anni, in attesa dei provvedimenti attuativi. Compiti e funzioni delle Regioni, afflitte da una sorta di Sindrome di Stoccolma che le ha viste compiacenti subire senza alcuna reazione ogni decisione ai propri danni, praticamente si azzerano in virtù della materia ambientale di competenza esclusiva dello Stato, rimanendo tuttavia operanti e pienamente attive perché non è ovviamente possibile prescindere dalla conoscenza del territorio e dal rapporto con le comunità locali. Non sono mancate iniziative di diverso segno che hanno fatto in parte rientrare dalla finestra ciò che si era fatto uscire dalla porta come gli accordi di programma per la mitigazione del rischio idrogeologico con il Ministero dell’ambiente, l’istituzione di “Italia Sicura” subito abortita o la micidiale piattaforma ReNDiS che, per le sue atrocità operative e gestionali, sembra uscita dalla diabolica mente dei Casaleggio. Ma il dato che colpisce è innanzitutto quello di una grande confusione nell’assetto dei poteri verificatosi nella più totale assenza di idee quando non anche del completo disinteresse della politica.

Concludendo, ciò che è avvenuto oggi, è il frutto avvelenato di quanto è successo ieri. Se si ammette e si riconosce la possibilità di finanziare interventi al di fuori di ogni logica di programmazione e pianificazione, se si accetta che ogni decisione possa essere presa in assenza di un diretto coinvolgimento dei territori rappresentati dalle loro istituzioni senza rimettere ordine ad un equilibrato e leale rapporto tra centro e periferia improntato al principio di pari dignità tra Stato e Regioni; se si ritiene che i processi decisionali possano essere a meccanismi di carattere ingegneristico prescindendo dal ruolo attivo delle comunità o peggio ancora agli algoritmi demenziali di una piattaforma digitale; in estrema sintesi, se si pensa di governare il territorio, prevenire e prevedere i rischi naturali, affrontare la ricostruzione assieme a tante altre cose che in questi anni abbiamo visto funzionare non al meglio direttamente dalle stanze di Palazzo Chigi, i risultati alla fine sono questi. Non c’è proprio di che stupirsi.

I buoni propositi e i tanti progetti faticosamente elaborati in anni di duro lavoro sull’asta del Tevere, su quella del Nera, del Paglia accanto ai numerosissimi dissesti che punteggiano le carte di Ispra in tutto il territorio regionale, per il momento, possono tranquillamente attendere.

*Architetto

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