di Wladimiro Boccali
Qualche giorno addietro mi sono soffermato su una notizia che riguardava il Comune di Perugia. Si trattava della intitolazione di strade e rotatorie, attività che impegna molto questa Amministrazione (del resto c’è chi le opere le fa e chi le intitola). Tra queste mi sono soffermato su di una, quella che riguarda Sergio Ramelli. Non so quanti sanno di chi si tratti, a me ricordava qualcosa ma sono dovuto andare a ricercare nella memoria “informatica”. Sergio Ramelli è stato un militante e attivista del Fronte della Gioventù di Milano ucciso, così dice la sentenza della Corte d’Assise di Milano, da altri giovani appartenenti ad Avanguardia operaia. Fin da giovanissimo ho avuto una curiosità intellettuale per il tema dell’impegno politico di migliaia di giovani nelle organizzazioni cosiddette extraparlamentari e per la lotta armata. L’Italia è stato l’unico paese europeo che tra la fine degli Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta ha visto diverse migliaia di giovani che hanno fatto la scelta della lotta armata, impugnato armi, commesso delitti, rovinato la vita di centinaia e centinaia di persone e famiglie, pensando che quella fosse l’unica strada per un impegno politico che portasse al cambiamento. Molti di più sono quelli che hanno partecipato ad azioni violente in cui spesso ci è “scappato il morto”. Ho visto molti film, documentari, letto molti libri su questi temi, scritti da storici, ex terroristi, vittime e familiari. Ricordo che da presidente dell’Arci organizzai un incontro a cui invitai tra gli altri Anna Laura Braghetti e Francesca Mambro per discutere degli anni di piombo.
Serve discutere Nonostante ciò non ho capito fino in fondo perché in Italia, anche rispetto agli altri paesi europei, fosse così diffusa una violenza che se da un lato aveva un profondo carico ideologico, dall’altro era evidente la natura minoritaria se non velleitaria. Dopo tanti anni l’Italia non è riuscita ad affrontare questo tema con il distacco storico necessario per poter, non dico pacificarsi, ma fare un’analisi storica condivisa. E ancora oggi ci si continua a dividere in barricate, non si studia, non si vogliono affrontare quelle divisioni in chiave storica, ma spesso si tende a utilizzarle per affermare un’identità o rivendicare un’appartenenza. Io non so da dove sia venuta la richiesta di intitolare una strada o rotatoria a Ramelli, ma sinceramente non ne capisco il senso, né dal punto di vista storico né dal punto di vista dei meriti della persona in questione. La storia di Ramelli mi ha colpito per l’atrocità con la quale è stato ucciso, per i futili motivi, se togliamo l’impasto di ideologia e violenza che si respirava in quegli anni e soprattutto per la giovane età. E credo che sia giusto, magari anche partendo dalla storia di Ramelli, discutere di quegli anni, delle motivazioni che spingevano quei giovani, spesso non appartenenti al sottoproletariato delle periferie ma alla media borghesia, verso la scelta violenta.
Pacificazione Come ha affermato il sindaco Sala in occasione della commemorazione di Ramelli, «spero sia il momento di passare oltre….pacificare tutti a dispetto delle posizioni diverse». Pacificare sì, come evitare, sopratutto in questo periodo storico, di alzare bandiere di un tempo che fu, magari utili per rivendicare una identità politica, una contrapposizione carica di violenza, di odio, di divisione. Mi auguro che non sia questo lo spirito che ha animato coloro che hanno avanzato questa proposta, ma detto ciò non la ritengo una scelta condivisibile. Non nascondo che mi ha colpito il totale silenzio che ha accompagnato questa decisione, mi ha fatto riflettere sul fatto che in questi tempi nella nostra città tutto passa, tutto scorre… Questa inerzia riguarda anche me, ma in questo caso non sono riuscito a «trattenere la penna». Spero che ci sia un sussulto, a partire dal sindaco, e si faccia marcia indietro sulla scelta di intitolare una strada/rotatoria a Ramelli. Si discuta su quegli anni, si dedichi una giornata di studio e riflessione sugli anni settanta, si condanni ogni forma di violenza, verbale e fisica, si valuti la possibilità di intitolare qualche opera pubblica alle vittime della violenza terroristica. Ma la strada a un militante estraneo alla nostra città di una organizzazione fascista che negli settanta è stata protagonista, al pari di tante altre, di atti di intimidazione e violenza, no!

se non sai la storia di Sergio non entrare in dettagli e considerazioni era un ragazzo appartenente al fronte della gioventù organizzazione giovanile del msi partito rappresentato in parlamento
fu preso di mira perché scrisse un tema sulle brigate rosse dalle organizzazioni non terroristiche ma extraparlamentari della sinistra fino all’ uccisione sotto casa a colpi di chiave inglese informati sugli assassini che fine hanno fatto poi sappimi dire se non merita una strada un ragazzo che da solo si è esposto accusando le
Buonasera. Avevo postato un commento che non vedo. Dava forse fastidio?
Concordo. Anche se non riesco a leggere il commento fino alla fine.
Forse sarebbe meglio dire una preghiera per il ragazzo , invece che dedicargli una rotonda. Le brigate rosse , quelle nere ..basta. la violenza va condannata da qualunque parte provenga e ricordare i ” martiri ” dell’ideologia rossa, nera o bianca è assolutamente inutile. Perché invece non dedicare strade ..vie o piazze alle ” donne ” vittime della stupidità maschile ? Anche a quelle che magari sono ancora vive? Questo servirebbe a sensibilizzare sull’argomento
In questo articolo lei scrive che sarebbe giusto intitolare strade a vittime del terrorismo, mentre è sbagliato intitolare una strada a Sergio Ramelli che è stato ucciso in un attentato in stile terroristico da militanti di avanguardia operaia, organizzazione che al suo interno era strutturata in modo da ricordare una cellula terroristica (vedi covo di via Bligny). Io penso sia stato una vittima del terrorismo rosso di quegli anni. Tant’è che la scintilla che ha provocato la sua morte è scaturita da un tema sulle brigate rosse, cosa che ha dato molto fastidio ai suoi assassini. Inoltre x anni gli assassini di Sergio sono stati coperti da istituzioni politiche e giudiziarie e tutt’oggi non hanno ancora pagato e mai pagheranno x questo omicidio.
Questo ragazzo è stato colpevole solo di aver difeso un suo ideale senza mai compiere atti di violenza e prevaricazione nei confronti di nessuno. Quindi,secondo lei, questo ragazzo non è degno di essere ricordato?Mentre è giusto intitolare targhe a personaggi del calibro di Carlo Giuliani?
Grandissima Lorena. Concordo su tutto.
Dare il nome di una persona ad una parte della nostra città non è un atto neutro, è intervenire in modo deciso sull’essere, sulla storia e sulla cultura della nostra Perugia, per questo motivo dovrebbe essere un atto ponderato e pensato. Intitolare un pezzo della nostra toponomastica alla memoria di una persona che aderisce ad un movimento politico che mai si riconosce nella costituzione repubblicana è un gesto grave, forte e significante da parte di chi deve muovere il proprio agire nel solco e nel rispetto della Carta fondamentale del nostro vivere civile e che per nulla aiuta a capire e a far rimarginare le ferite provocate dagli anni 70.
La violenza non è mai un modo legittimo per far valere le proprie opinioni, da condannare con decisione e forza, spetta però alla magistratura fare giustizia non alla politica, ancor più se in modo strumentale per giustificare o dare legittimità a “opinioni ed ideali diversi”.