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mercoledì 19 gennaio - Aggiornato alle 20:07

Spostamento lavorazione tabacco, operai temono «impatto drammatico». Le due soluzioni

Venerdì lavoratori in assemblea insieme alle istituzioni, non escludono manifestazioni in piazza. Service o parte della produzione tra le possibili soluzioni per salvare la filiera

Foglie di tabacco

di Daniele Bovi

O un service o la garanzia di poter lavorare una parte del prodotto. Sono queste le due possibili strade da battere per cercare di trovare una soluzione a proposito della vicenda che riguarda la filiera altotiberina del tabacco. Il destino di quest’ultima è stato al centro dell’assemblea che si è tenuta venerdì mattina alla Tti di Cerbara, la Trasformatori tabacco Italia che dà lavoro a circa 300 persone, mentre in totale sono 2.500 quelle che ruotano intorno alla filiera. A metà dicembre Jti ha annunciato l’acquisto, nel 2022, di ottomila tonnellate da Umbria e Veneto (le due regioni con le quote maggiori in Italia), mille in più rispetto all’anno precedente, e una nuova partnership commerciale con la Deltafina di Bastia, parte della multinazionale Universal leaf tobacco company che andrebbe a sostituire quindi la coop di Cerbara nella lavorazione del tabacco greggio.

TABACCO, LA PREOCCUPAZIONE DEI LAVORATORI

Doccia fredda «Per noi – ha spiegato una lavoratrice – è stata una doccia fredda perché Jti era il nostro cliente principale, quello acquistava il 70 per cento del tabacco trasformato; una realtà intorno alla quale si sono create molte mansioni che rischiano di scomparire». Quella altotiberina è una filiera chiusa, di nicchia ed estremamente specializzata; una sorta di anello perfetto «che non si può rompere», dove i lavoratori sono impiegati per un periodo dell’anno nella coltivazione e poi nella trasformazione. «Mandarli alla Deltafina come abbiamo sentito dire – è stato ricordato – è impossibile perché loro hanno contratti industriali e noi agricoli. Nessuno può lavorare tre mesi all’anno». L’impatto dello spostamento viene definito «drammatico», con il rischio di perdere 60 mila giornate di lavoro «che l’Alta valle del Tevere non può riassorbire. Eravamo l’ultimo baluardo di una filiera agricola in mano agli agricoltori».

Soluzioni A politica e istituzioni si chiede di agire. Tra le soluzioni prospettate c’è quella del service o di prendere una parte della lavorazione, così da poter continuare a garantire posti di lavoro. Dopo l’assemblea la filiera continuerà a tenere alta l’attenzione, pronta anche a scendere in piazza: «Qui – è stato detto – rischiamo di andare tutti a casa». All’assemblea sono stati invitati parlamentari, consiglieri regionali e sindaci; tra questi c’era anche Luca Secondi, primo cittadino di Città di Castello che si è detto «molto preoccupato per il futuro della tabacchicoltura. Le premesse non sono delle migliori». Secondi ha promesso che sarà «al fianco dei lavoratori e delle aziende per difendere la dignità e il futuro delle nostre comunità», chiedendo poi al governo e agli esponenti politici nazionali di dare seguito alle promesse fatte.

Secondi e Mancini «C’è la necessità – ha aggiunto – che il governo nazionale tuteli gli investimenti delle aziende e la condizione delle famiglie dei lavoratori, prevedendo anche i finanziamenti indispensabili alla tenuta economica del territorio. La filiera deve poter contare sulla certezza dei prezzi che verranno riconosciuti ai produttori e sul mantenimento dei livelli occupazionali, a garanzia del futuro». «Il mio auspicio – dice invece il consigliere regionale della Lega Valerio Mancini – è che il governo si interessi concretamente a questa problematica, con la volontà di trovare soluzioni in grado di tutelare il lavoro di tanti agricoltori che con fatica e sacrificio hanno contribuito allo sviluppo economico dell’Alto Tevere. Qualora i lavoratori si uniranno in protesta sotto i Palazzi istituzionali – conclude – io sarò nelle piazze al loro fianco e non dentro ai palazzi».

I sindacati Nelle scorse ore intanto i sindacati territoriali hanno incontrato i dirigenti della Tti, di Fat e di Agricooper, esprimendo preoccupazione per il futuro dei 300 lavoratori della Tti e anche per l’aggravio dei costi dell’energia e delle materie prime, «che sta mettendo a rischio, da un punto di vista di sostenibilità finanziario, la capacità di far fronte alla prossima campagna». I sindacati chiedono di capire come si affronterà la prossima campagna di semina e quali prospettive ci saranno per i lavoratori, perlopiù donne e immigrate «che senza questo lavoro sarebbero condannate a una condizione di disoccupazione insostenibile per loro e le loro famiglie». Per Cgil, Cisl e Uil servono subito una serie di incontri, a partire dai sindaci per arrivare alla Regione.

Twitter @DanieleBovi

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