Bindella mentre arriva a casa di Sonia per il sopralluogo (foto archivio Umbria24.it)

di Enzo Beretta

Il pm Giuseppe Petrazzini ha chiesto di condannare a 24 anni di reclusione Umberto Bindella, sotto processo dinanzi alla Corte d’assise di Perugia con l’accusa di aver ucciso nel novembre 2016 la studentessa pugliese Sonia Marra. La Procura, che non ha contestato l’aggravante dei futili motivi ma ha chiesto di non concedere le attenuanti generiche all’imputato che si è sempre detto innocente, ha chiesto di condannare a tre anni il finanziere Dario Galluccio accusato di favoreggiamento. Al termine della requisitoria il pm ha rivolto un appello ai due imputati: «Dite la verità».

«L’ASSASSINO AVEVA UN MOTIVO IMPORTANTE PER UCCIDERE»

Il sogno di Sonia Nel corso del suo intervento il pm ha piegato: «Bindella si trovava in una situazione psicologica di insofferenza psicologica verso Sonia che si era invaghita di lui e tentava inutilmente di poter stabilire una relazione affettiva. La giovane voleva costruire una storia che vedesse coinvolto il partner ponendo in atto comportamenti inefficaci e controproducenti. Umberto, inizialmente gratificato dall’interesse della ragazza, approfittava della sua disponibilità e Sonia raccontò a Suor Vinerba di esperienze che mai avrebbe pensato di vivere».

L’incubo di Umberto Il pm descrive Sonia ed Umberto come «soggetti estremamente riservati». Bindella «per propria attitudine, Sonia per la mancanza di una reale alternativa, veniva a raggiungere l’acme con il timore-sospetto della giovane di essere in stato interessante». E questa situazione, «laddove reale, avrebbe determinato un duplice scossone per lei», sparigliando «abitudini ed esistenza» oltre ad un «forzoso avvicinamento col partner». Per Umberto però «la paternità occasionale e indesiderata, quanto meno con Sonia, rappresentava un vero e proprio incubo» svanito col test di gravidanza del 15 novembre 2006. «Tuttavia Sonia prendendo la pillola anticoncezionale il 16 novembre» (giorno della scomparsa, ndr) e informandone Umberto «manifestava la volontà di proseguire nel cammino intrapreso andando inevitabilmente a cozzare con l’intenzione contraria di Bindella di non voler assolutamente più avere a che fare con lei». Ecco dunque «l’incontro negato con Sonia il pomeriggio del 16 novembre, l’inevitabile litigio e il gesto inconsulto di violenza per uccidere Sonia».

L’ULTIMA LETTERA DI SONIA MARRA

Il corpo nascosto A quel punto – è stato spiegato nella requisitoria – l’occultamento del corpo, operazione che «può essere stata anche rapida e agevole», «la necessità di rendere irraggiungibili le utenze telefoniche e rimuovere dalla casa di Sonia elementi che potessero ricondurre alla specificità della relazione anche in termini sessuali». «A Bindella non rimaneva che riprendere le abitudini di vita come la frequenza degli innumerevoli corsi cui si era iscritto, tanto da sovrapporsi gli uni agli altri. Contattato dai carabinieri cerca di guadagnare tempo in merito al suo rapporto con Sonia fornendo alibi che coprissero per quanto possibile lo spazio di tempo interessato dalle indagini». E «le indicazioni non riscontrate non sono il frutto di una reale volontà di collaborare da parte dell’imputato bensì di un calcolo volto ad evitare di venire smentito dai fatti accertati». Il magistrato ha dunque parlato di una «tensione permanente sulla quale si era innestata la vicenda della sospetta gravidanza»: «Tale situazione è perfettamente compatibile con una manifestazione violenta da parte di Bindella, anche dinanzi alla condotta della vittima che, all’esito dei test, voleva prolungare la relazione con l’imputato tanto da adoperarsi per poter assumere quell’anticoncezionale che avrebbe consentito di escludere per il futuro i timori vissuti da Bindella». Dopo il crimine Bindella «entra» nella casa di Sonia perché ha la «necessità di disperdere tracce del delitto e di cancellare quegli elementi che avrebbero riportato a lui oppure avrebbero consentito di individuare la finalità del delitto».

FOTOGALLERY: IN AULA DURANTE IL LUNGO PROCESSO

Il coimputato della guardia di finanza «Le informazioni false, lacunose e fuorvianti hanno contraddistinto la condotta di Umberto – ha insistito Petrazzini -. Tra questi la sottrazione e la distruzione dei telefoni della vittima, l’ingresso nella sua abitazione di Elce, l’indicazione dell’alibi del finanziere e tutta quella sequela di bugie che hanno costellato l’indagine». Le parole di Galluccio «forniscono un alibi a Bindella sul tempo trascorso asseritamente insieme». «Sia durante le indagini che a processo – ha spiegato il Pm – Galluccio ha maldestramente assecondato i desiderata di Bindella riferendo circostanze contraddittorie non a causa di ricordi confusi ma di un’incapacità a ripetere in modo coerente eventi che non si sono mai verificati. Infatti qualsiasi domanda di approfondimento ha trovato Galluccio nella necessità di recitare a soggetto, con l’inevitabile conseguente diversità di versioni nelle successive audizioni. Il motivo della condotta di Galluccio però nn è stato possibile accertarlo. E’ comunque indubbio che lo stesso debba essere ricercato nei rapporti con Bindella». Ancora: «Come si è avuto modo di analizzare in relazione ai colloqui telefonici documentati il pressing cui Galluccio risulta essere stato sottoposto da Bindella prima delle sommarie informazioni rese il 7 dicembre 2006 costituisce un chiaro sintomo dell’esistenza di un credito esigibile da Bindella e della mancanza di volontà ed entusiasmo manifestato nell’adempierlo da parte del finanziere». Che, in quanto agente di polizia giudiziaria, secondo il pm non merita le attenuanti generiche.

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