di Fabrizio Troccoli
Ci sono luoghi capaci di cambiare volto più volte nel corso della stessa giornata. Il Monte Cucco è uno di questi. Si può arrivare mentre l’Umbria è schiacciata dal caldo e ritrovarsi, nel giro di pochi tornanti, ad abbassare i finestrini per lasciare entrare un vento fresco che sembra provenire da un’altra stagione.
Già questo basterebbe a rendere memorabile una giornata, o anche soltanto un pomeriggio, trascorso sul massiccio. Ma il Cucco offre molto di più. Ci sono i prati d’alta quota attraversati lentamente da cavalli e mucche al pascolo, le faggete nelle quali cercare ombra e silenzio, i sentieri che risalgono le creste e aprono vedute quasi aeree sull’Appennino. Da quassù il confine tra Umbria e Marche non appare come una linea, ma come un continuo susseguirsi di vallate, boschi, paesi e montagne che sfumano gli uni negli altri.
Al tramonto il paesaggio cambia ancora e nel frattempo, sopra la vetta, passano deltaplani e parapendii. Il Monte Cucco è infatti uno dei luoghi più conosciuti dagli appassionati di volo libero, grazie alla conformazione della montagna e alle correnti che permettono agli appassionati di restare a lungo sospesi sopra il paesaggio.
È una montagna che invita continuamente a guardare lontano. Eppure, per conoscerne una delle parti più straordinarie, bisogna fare esattamente il contrario: smettere di osservare l’orizzonte e scendere nelle sue viscere.
Dentro la montagna. L’ingresso alla Grotta di Monte Cucco si trova a circa 1.390 metri di quota. Da Pian di Monte, punto di partenza delle visite, lo si raggiunge a piedi insieme alle guide, attraverso un sentiero che prepara gradualmente al passaggio dal mondo esterno a quello sotterraneo.
Casco, illuminazione, abbigliamento adeguato e scarpe capaci di affrontare terreno umido e irregolare: una volta pronti, si entra attraverso il Pozzo Miliani, una discesa di 27 metri oggi attrezzata con una scala metallica. Da quel momento la luce naturale scompare e comincia un itinerario fatto di terra, roccia, gradini e passerelle d’acciaio. Le infrastrutture realizzate lungo il percorso consentono anche a chi non è uno speleologo di attraversare in sicurezza una parte di questo enorme mondo ipogeo, senza cancellarne il carattere avventuroso.
La grotta non è un semplice cunicolo scavato nella montagna. È un sistema che supera i trenta chilometri di gallerie e raggiunge oltre novecento metri di profondità, classificandosi tra i complessi carsici più importanti e studiati d’Europa. Solo una parte, circa ottocento metri, è percorribile nell’ambito delle visite guidate, ma è sufficiente per comprendere le proporzioni di ciò che si estende sotto la superficie.
Si attraversano ambienti dai nomi evocativi: la Cattedrale, la Sala Margherita, la Sala del Becco, la Sala delle Fontane, fino al Passaggio Segreto e alla Sala Terminale. Alcuni spazi sono così ampi che la luce delle lampade fatica a raggiungerne i margini.
Qui si comprende che il Monte Cucco non è soltanto una montagna, ma anche un grande serbatoio naturale. L’acqua penetra nel calcare, percorre fratture e gallerie, si raccoglie in corsi sotterranei e contribuisce ad alimentare il sistema delle sorgenti, tra cui quella di Scirca, fondamentale per il territorio umbro. Le esplorazioni speleologiche condotte nel Novecento individuarono nelle profondità della grotta un importante corso d’acqua collegato proprio alla grande sorgente.
Il momento più intenso della visita, tuttavia, non coincide con la sala più grande o con la formazione rocciosa più spettacolare. A un certo punto la guida ci ha chiesto di fermarci. Di non parlare, di non muoverci e di ascoltare. Poi ha spento tutte le luci.
Non era la penombra di una stanza durante la notte. Non era il buio al quale gli occhi, dopo qualche secondo, riescono ad abituarsi. Era un’assenza completa di luce, nella quale non si distinguevano le proprie mani, il corpo della persona accanto o la forma dello spazio che ci circondava.
Gli occhi continuavano istintivamente a cercare un riferimento, ma non ne trovavano nessuno. Restavano soltanto il rumore delle gocce, il respiro delle altre persone e la percezione della montagna sopra e intorno a noi.
La guida ha spiegato che un’oscurità di questo tipo può essere sperimentata soltanto in ambienti completamente esclusi dalla luce solare, come gli abissi marini e alcune profonde cavità sotterranee. Per pochi minuti abbiamo provato una condizione che nella vita quotidiana non conosciamo quasi più. Anche durante la notte, infatti, siamo circondati da lampioni, finestre, schermi, spie luminose. Lì sotto, invece, non esisteva nulla.
È stata un’esperienza fisica prima ancora che emotiva. Quando le lampade si sono riaccese, le pareti della grotta sono ricomparse all’improvviso e per un momento sono sembrate diverse, quasi rassicuranti.
Le grotte del Monte Cucco erano conosciute e frequentate già molti secoli fa. All’interno sono state trovate iscrizioni risalenti al Cinquecento, testimonianza di esplorazioni compiute quando scendere in questi ambienti significava affidarsi a corde, scale rudimentali e alla luce incerta delle torce.
La prima vera campagna sistematica e scientifica fu condotta tra il 1883 e i primi anni Novanta dell’Ottocento da Giambattista Miliani, industriale cartario fabrianese, alpinista e studioso. Miliani esplorò e descrisse la cavità, pubblicando nel 1891 sul Bollettino del Club Alpino Italiano una relazione intitolata La caverna di Monte Cucco. A lui sono stati dedicati il pozzo d’ingresso e uno dei corsi d’acqua sotterranei.
Da allora generazioni di speleologi hanno continuato a percorrere, misurare e studiare la montagna, scoprendo nuovi pozzi, sale e collegamenti. Dal 2009 una porzione della grotta è stata aperta anche alle visite turistiche, scientifiche e didattiche, rendendo accessibile un patrimonio che per molto tempo era rimasto riservato agli esploratori più esperti.
La forza visiva di questi ambienti attira anche alcuni dei maggiori fotografi specializzati nel mondo sotterraneo. Tra loro Robbie Shone, esploratore e fotografo britannico considerato uno dei più importanti autori internazionali di fotografia ipogea, i cui lavori sono apparsi su National Geographic e su numerose altre testate. Nel 2026 Shone ha scelto proprio Monte Cucco e Costacciaro per un workshop dedicato alla fotografia speleologica, collaborando con la Federazione Umbra Gruppi Speleologici.
Uscire dalla grotta produce una sensazione altrettanto forte. La luce del giorno appare più intensa, i colori quasi eccessivi. Tornano il verde dei prati, il cielo, il vento sul viso e gli animali al pascolo.
Nel giro di poche ore il Monte Cucco permette così di attraversare mondi apparentemente opposti: le creste aperte sull’orizzonte e gli spazi chiusi della montagna, il volo dei deltaplani e la discesa nel sottosuolo, la luce dei tramonti e il buio assoluto.
È questo contrasto a rendere l’esperienza così speciale. Si può salire sul Cucco per trovare sollievo dal caldo, camminare nella faggeta, osservare il paesaggio o trascorrere qualche ora con i bambini in mezzo alla natura. Ma la visita alla grotta aggiunge qualcosa di difficile da dimenticare: la consapevolezza che, sotto i prati e i sentieri sui quali camminiamo, esiste una montagna dentro la montagna.
Un luogo fatto di acqua, silenzio e tempi geologici. Un mondo che non si limita a essere osservato, ma che coinvolge tutti i sensi. E che, per alcuni minuti, insegna anche che cosa significhi davvero non vedere nulla.














