C’è chi la sintetizza così: l’intelligenza artificiale doveva annientare il mondo del lavoro ma non sta facendo altro che cambiarlo. Come sempre la tecnologia ha fatto. A pochi giorni dalla presentazione del progetto firmato Cucinelli a Pietraficca, evento che ha spostato di orbita la nostra regione, circa le valutazioni che si stanno compiendo dal punto di vista imprenditoriale, ma anche per le opportunità che offrirà e per i mutamenti che determinerà a livello di ecosistema produttivo, sociale e tecnologico, si diceva: a poche ore da quell’evento diventa curiosi osservare cosa sta accadendo in giro per il mondo sul rapporto tra Ai e lavoro.
L’intelligenza artificiale avrebbe dovuto essere la macchina della grande disoccupazione. Per ora, almeno negli Stati Uniti, i numeri raccontano una storia diversa: l’occupazione non è crollata, è sicuramente cambiata, determinando anche molti posti di lavoro andati perduti come anche occasioni perse, ovvero prima possibili e ora chiuse, mentre intorno all’AI stanno nascendo nuovi lavori, dall’infrastruttura dei data center alle professioni che costruiscono e gestiscono i sistemi. Il problema, però, potrebbe essere meno visibile: non quanti posti spariscono, ma come cambiano quelli che restano e soprattutto chi riesce ancora a entrarci.
Il tema è stato affrontato di recente anche su «Ossigeno», il podcast di Chora Media, che ha messo a confronto due articoli usciti su The Economist e The Guardian. I dati americani dicono che, ad agosto, gli Stati Uniti hanno aggiunto 162 mila posti di lavoro e la disoccupazione è rimasta al 4,1%, un livello raggiunto in una quota molto ridotta dei mesi degli ultimi cinquant’anni presi in esame. Il dato non dimostra che l’AI non distrugga occupazione, ma indica che finora non si è verificata la cancellazione di massa dei posti di lavoro annunciata da alcune delle previsioni più radicali.
The Economist, calcola che l’AI abbia finora contribuito alla creazione di circa un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, a fronte di circa 200 mila licenziamenti attribuiti alla tecnologia dalla metà del 2023. La stima comprende anche gli effetti indiretti dell’enorme investimento necessario per far funzionare l’AI: data center, sistemi di raffreddamento, server, reti elettriche e infrastrutture. La sola costruzione dei data center procede a un ritmo superiore ai 75 miliardi di dollari l’anno. Nei cinque settori maggiormente legati a questa filiera l’occupazione è cresciuta dal 2023 di circa 320 mila posti oltre quanto sarebbe stato prevedibile sulla base dell’andamento generale di edilizia e manifattura. I lavori di installazione e manutenzione nei data center, inoltre, hanno salari indicati come circa il 40% superiori a quelli di lavori analoghi.
Anche le nuove professioni legate direttamente all’AI stanno crescendo: ingegneri che sviluppano i modelli, addetti alla preparazione e classificazione dei dati, specialisti incaricati di introdurre l’AI nelle organizzazioni. Secondo la ricostruzione dell’Economist, gli annunci per queste figure su LinkedIn sono praticamente raddoppiati dal 2023. La ricerca del Burning Glass Institute citata dal giornale stima inoltre che circa l’1% dei lavori professionali americani possa ormai essere classificato come «AI job», circa un milione di posizioni.
Ma è soprattutto un altro dato a complicare la storia. Quando l’AI aumenta la produttività di un lavoratore, il risultato non è necessariamente un posto di lavoro in meno. Può anche essere un servizio più economico e quindi una domanda maggiore. Tra il 2023 e il 2025, secondo i dati citati dall’Economist, l’occupazione dei paralegal è aumentata dell’11% e quella degli analisti di mercato del 6%, mentre la crescita media dell’occupazione è stata di circa il 2%. Nello stesso periodo, invece, l’occupazione nel servizio clienti è diminuita di circa il 10% e quella di segretari e assistenti amministrativi di circa il 15%: sono proprio i lavori caratterizzati da un’elevata quantità di attività ripetitive che i sistemi di AI possono svolgere con maggiore facilità.
È qui che si inserisce l’analisi del Guardian. Un anno dopo le previsioni secondo cui l’AI avrebbe cancellato metà dei lavori entry-level dei colletti bianchi, il giornale osserva che la «carneficina» non si è vista. Un’analisi dello Stanford Institute for Economic Policy Research mostra che dal 2022 la disoccupazione tra il 20% dei lavoratori più esposti all’AI è aumentata di 0,77 punti percentuali, meno degli 0,85 punti registrati tra il 20% meno esposto. Anche Stanford invita però a non leggere questi numeri come una prova definitiva: le statistiche sul lavoro arrivano con ritardo e non consentono sempre di isolare l’effetto di una singola tecnologia.
La trasformazione, secondo il Guardian, si sta quindi manifestando soprattutto nella natura del lavoro. Le aziende accorpano mansioni, riducono le assunzioni per attività automatizzabili e chiedono competenze più alte a chi entra. In un sondaggio citato dal giornale, il 74% dei datori di lavoro considera le competenze nell’AI un forte vantaggio o un requisito; metà si aspetta che i candidati sappiano già utilizzare questi strumenti dal primo giorno. Robert Seamans, docente della New York University, distingue tre effetti: lavori che diventano obsoleti, lavori che vengono creati e lavori che vengono trasformati. La terza categoria, sostiene, è di gran lunga la più grande.
Il rischio, quindi, non è necessariamente un esercito improvviso di disoccupati. Può essere un mercato del lavoro nel quale si entra più difficilmente, nel quale una parte delle mansioni viene automatizzata e nel quale aumenta il ricorso a collaboratori esterni e freelance. È la preoccupazione indicata dal professore del Mit Paul Osterman: l’AI potrebbe rendere più facile per le imprese comprare singole prestazioni invece di assumere persone e costruire percorsi professionali interni.
In Umbria il dato più interessante arriva dalla Banca d’Italia e obbliga a spostare il fuoco dalla domanda «quanti posti perderemo?» a una domanda diversa: «quali lavori cambieranno?». Secondo le stime della Banca d’Italia, riferite alla struttura occupazionale del periodo 2021-2023, il 51,3% dell’occupazione umbra appartiene a professioni ad alta esposizione all’AI. La percentuale è leggermente inferiore a quella del Centro e dell’Italia. Ma soprattutto, la quota degli occupati in professioni considerate potenzialmente sostituibili dall’AI è del 22%, contro il 24% nazionale. La differenza, spiega la Banca d’Italia, dipende più dal tipo di professioni presenti dentro i diversi settori che dalla composizione settoriale dell’economia regionale.
C’è poi un particolare che rende il caso umbro meno intuitivo. L’esposizione cresce con il livello di istruzione: in Umbria è altamente esposto all’AI circa l’80% dei lavoratori laureati, ma per la maggior parte si tratta di esposizione complementare, cioè di professioni nelle quali l’AI può affiancare il lavoratore. Tra chi ha al massimo la licenza media l’esposizione riguarda invece circa un quarto degli occupati; tra i diplomati circa la metà, con una prevalenza dell’esposizione per sostituzione.
Ed ecco altri numeri interessanti per analizzare la nostra regione. Tra i residenti umbri di 19-25 anni, il 43% è iscritto all’università, contro il 39,7% della media nazionale. E’ possibile affermare che una parte consistente dei giovani che oggi studiano in Umbria si prepara a entrare proprio nei lavori che l’AI può trasformare più profondamente.
Istat rileva che quasi il 60% delle imprese che hanno valutato investimenti in AI ma poi non li hanno realizzati indica nella mancanza di competenze adeguate uno dei principali freni.
Ciò che diventa interessante da osservare, oltre ovviamente alle vulnerabilità lavorative sono le competenze richieste per fare lo stesso lavoro tra cinque anni, e soprattutto la distanza tra chi quelle competenze riuscirà ad acquisirle e chi resterà fuori dal nuovo mercato.
