I brevetti registrati all’European patent office, fotografano un paese, l’Italia, con buoni andamenti sulla robotica e scarso protagonismo nel mondo digitale, mentre crescono idrogeno ed elettrico, ma non in maniera rassicurante rispetto a quanto si perde sull’automotive tradizionale. Dentro questo quadro che ci lascia vedere come nel mondo, in un futuro prossimo, non siamo destinati a svolgere ruoli da protagonisti, nonostante rappresentiamo la seconda manifattura europea, si inserisce un tiepido segnale positivo che riguarda l’Umbria e la sua capacità di depositare brevetti. Ovvero registrare idee che innovano processi produttivi, determinano una svolta nei consumi, fanno sperare sull’occupazione.

L’Umbria Tra tutte le regioni italiane, l’Umbria è quella che ha registrato la crescita più forte (+82,8%), seguita dalla Valle d’Aosta (+62,5%), dalla Basilicata (+33,3%) e dalla Campania (+20,2%). Per l’anno 2022 L’Umbria registra 53 brevetti. Paragonati alle altre regioni del Centro Italia: Toscana 289, Lazio 270, Marche 94, i numeri consentono di pensare che l’effetto crescita sia più dovuto al basso protagonismo degli anni precedenti che a un particolare protagonismo attuale. Le domande di brevetto europeo pubblicate in Umbria nel 2021 erano infatti a quota 26, come nel 2020 e 2019. Tuttavia è il segno chiaro di un cambiamento di rotta che, nel 2022, fatte le dovute proporzione, pone la nostra piccola regione, come quella a maggiore crescita in Italia. Pur registrando la metà quasi dei brevetti della più piccola concorrente del Centro Italia, le Marche. L’anno prima, il 2021, secondo i dati di Unioncamere, il peso dei brevetti umbri sul totale nazionale (0,58 per cento nel 2020 e 0,61 per cento nel 2019) è sceso allo 0,57 per cento. E’ stato il risultato peggiore tra le regioni del centro e il 14esimo a livello nazionale. Complessivamente, nel periodo 2008-2021 il peso dei brevetti pubblicati in Umbria (357) sul totale pubblicati nello stesso periodo a livello nazionale (56.479) è stato dello 0,63 per cento, con il massimo toccato nel 2016 (0,79 per cento) e il minimo nel 2010 (0,48 per cento). Un terzo circa del peso che l’economia umbra, in termini di Pil, ha sull’economia nazionale.

Le proporzioni Per avere un’idea delle opportune proporzioni basti pensare che la sola Huawei, gigante cinese delle telecomunicazioni, nello stesso anno, ha registrato un numero di brevetti appena inferiore a quelli di tutte le aziende italiane messe insieme. La penisola tricolore paga la forte presenza di piccole e medie imprese a scapito di grandi. Il triangolo industriale tra Lombardia, Emilia – Romagna e Veneto vale il 62% dei brevetti italiani, mentre il Nord sfiora l’80%: la Lombardia, che è la prima regione, conta 1547 brevetti, dodicesima in Europa. La Baviera, ne conta 7.084, mentre la Grande Parigi 6.646. I marchi locomotiva italiani sono la bolognese Coesia, leader nel packaging, seguita da Pirelli, Chiesa leader nella farmaceutica e Sacmi nell’automazione. Cresce tuttavia l’elettrico del 5,4% e l’idrogeno che comunque resta una nicchia. L’Italia segna il passo lento anche per i brevetti universitari: se il Politecnico di Milano registra 35 brevetti, l’istituto italiano di tecnologia 19 e il Cnr 16, l’istituto tedesco di Scienza applicata ne registra 544, mentre il Cnr francese 154.

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