di Augusto Magliocchetti*

In attesa che un nuovo incontro al ministero delle imprese e del Made in Italy ci omaggi di una visione prospettica più puntuale su Ast e sui prossimi investimenti sia impiantistici che destinati all’impatto ambientale, proviamo a riflettere, ancorché in maniera schematica, sulla siderurgia italiana perché la realtà di Terni condivide con le aziende nazionali una varietà di criticità localizzative la cui soluzione non può che essere di respiro nazionale se non comunitario. Sgomberiamo subito una tentazione ricorrente anche a motivo delle suggestioni che sembrano allignare nel risuscitare antiche formule (vedi piano Mattei).
Il piano della siderurgia, sempre che veda la luce non potrà essere un nuovo piano Senigaglia.

La produzione di acciaio Ricordiamoci che, base bilanci 2022, la percentuale dei quantitativi attribuibili a Taranto, Piombino non raggiunge il 15% per cui si può dire, senza tema di essere smentiti, che la siderurgia italiana è ormai quasi totalmente privata. Tentiamo di individuare i temi comuni tralasciando, per un attimo, le specifiche caratterizzazioni che distinguono le varie tipologie di acciaio e le connotazioni locali dei soggetti produttivi. Al primo posto i costi dell’energia; L’energia elettrica in Italia costa 110€/MWh (Fonte Federacciai) mentre in Francia 65, in Spagna 90 e in Germania 105. Tale handicap è ancora più rilevante per la realtà domestica considerato che la quasi totalità dei 22 milioni di tonnellate prodotte lo scorso anno derivano da forno elettrico che come è intuibile richiede un maggior fabbisogno di tale vettore energetico. Se poi consideriamo che per ragioni di riduzione della CO2 si và verso un parziale superamento del ciclo integrale, questa criticità avrà ancora più peso nel prossimo futuro.

Piano siderurgia A seguire, anche per la connessione alle considerazioni di cui sopra, l’aspetto relativo alla carenza di rottame. Alcuni indicano il rottame come risorsa non solo di ferro, ma anche di altri metalli pregiati come appunto rame ed alluminio (recuperabili, in parte, pretrattando il rottame). Il nostro Paese è un importatore netto di rottame (5,2Mt importati contro 0,8Mt esportati nel 2022, fonte WSA) mentre l’Europa ha un saldo di circa -11Mt, con esportazioni prevalentemente verso la Turchia. L’Unione Europea ha approvato,lo scorso 13 gennaio, un regolamento sull’esportazione delle materie prime secondarie inteso a controllare e limitare i flussi verso i paesi non Oecd. Questo regolamento, che entrerà in vigore nel 2027, avrà l’effetto di permettere una sostanziosa riduzione delle esportazioni di rottame verso l’Asia (circa 3Mt/anno), ma viene giudicato, da alcuni, insufficiente che,perciò,chiedono un intervento comunitario diretto di blocco delle esportazioni, provvedimento questo che incontra difficoltà non irrilevanti di conflitto con i regolamenti Wto.

Ambiente Le Regole Ets (Emission trading system) per CO2 non avranno più assegnazioni gratuite dal 2034 per cui 1t acciaio sarà gravata di 100-150€/t rispetto a una produzione green i cui costi di riconversione sono deputati ai singoli stati secondo i singoli aiuti di stato (nel 2022 in Italia sono stati 20 miliardi euro mentre ad esempio in Germania 350 miliardi di euro). La situazione, oltre ad essere penalizzante per gli stati più poveri, si presta a speculazioni di fondi e banche. La necessità di una riconversione verso modelli produttivi meno impattanti è fondamentale nei prossimi 5 anni pena una marginalizzazione della produzione nazionale per via della scarsa competitività sui prezzi per effetto dei costi di emissione CO2. In Italia le emissioni primarie di CO2 (scope 1) sono molto basse rispetto alla media europea in quanto la percentuale di acciaio prodotto da forno elettrico è molto più alta di quella da impianti integrali rispetto alla media europea. Tuttavia, dovendo poi raggiungere lo scope 2, ossia l’utilizzo della energia elettrica di provenienza green, l’Italia risulta penalizzata rispetto al resto dell’Europa, perdendo di fatto il vantaggio allo scope 1.

Importazioni In alcuni paesi, come la Francia, la produzione di energia è sostanzialmente de-carbonizzata (solo 58g per kWh prodotto). Stando ai consuntivi del 2021 l’Italia (234g/kWh) è solo in linea con la media EU27 (238g/kWh). I dati del 2022, non ancora disponibili, risentiranno sicuramente degli effetti del conflitto russo-ukraino che hanno spinto a spostare una parte della produzione da Ng a carbon fossile. Per migliorare, l’Italia deve sviluppare tecnologie come la carbon capture o l’import di gas liquido o di energia prodotta dal nucleare con reattori di 4 generazione in Slovenia. Altro capitolo le importazioni. In Italia la presenza massiccia sia di trasformatori che di distributori
incentiva l’utilizzo e il ricorso a importazioni da paesi terzi i cui prezzi, in molti casi, sono
assolutamente competitivi anche per i minori costi che i produttori di questi paesi debbono
sopportare sia per normative ambientali più lasche che per minore impatti delle risorse da
destinare alla sicurezza ed al Welfare.

Pnrr e decarbonizzazione La Ue si è dotata di una normativa, il ‘Cross Border Adjustment’ il cui intento è quello di applicare alle importazioni in ‘dumping’ sia ambientale che sociale dazi addizionali a tali immissioni in consumo. C’è la necessità di potenziare la struttura pubblica di controllo e di richiedere una corretta ma puntuale applicazione di tale normativa agli altri partner della Comunità specie a quelli nei quali la presenza di porti e di hub di transito permette flussi incontrollati di arrivi supportati dalla giustificazione che tanto non si tratta di materiale con destinazione interna ai paesi di primo arrivo. La produzione di Dri ( materiali preridotto o anche spugna di ferro) in Italia. La costituzione di Dri di Italia nuova società creata per sfruttare i fondi del Pnrr e avviare i processi di decarbonizzazione del sito di Taranto (con un reattore dedicato) oltre che favorire lo sviluppo della siderurgia negli altri siti italiani che possono utilizzare preridotto (con un secondo reattore da realizzare sempre a Taranto), sembrava essere partita velocemente ma di recente per ragioni le più varie si è bloccata con la conseguenza di vedere le risorse del Pnrr probabilmente stracciate per impossibilità a rispettare i tempi del Piano.

Idrogeno L’Italia non può fare a meno di un progetto condiviso anche in considerazione
della circostanza di avere, nel nostro paese, i due più importanti bidder impiantistici nella
progettazione e costruzione di impianti oer la Dri ed uno nel settore Idrogeno. Ecco, dunque, alcune tracce sui cui dovrebbe svilupparsi un progetto strategico di piano siderurgico avendo cura di ricordare che il nostro paese è il secondo produttore siderurgico in Europa e che è caratterizzato da cosiddetti “ smart mill” la cui flessibilità e capacità di
aggiustamento ai fabbisogni mutevoli del mercato ha già dato prove evidenti ed universalmente riconosciuti. Salvo situazioni particolari il nodo non è nella partecipazione pubblica in società produttive quanto l’esigenza di intervenire sui cosiddetti fattori localizzativi».

*Federmanager Terni

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