di Massimo Colonna
«Non siamo il Real Madrid, ma neanche il Don Gnocchi». La frase di mister Pochesci, pronunciata dopo la sfida contro il Brescia, non è passata inosservata alla Fondazione Don Gnocchi, il gruppo fondato 70 anni fa dal sacerdote milanese che si prende cura di ragazzi svantaggiati anche attraverso lo sport. Nasce così una polemica per quelle parole pronunciate senza cattiveria ma forse con troppa leggerezza.
La lettera «Caro mister Pochesci». Inizia così la lettera scritta da Emanuele Brambilla, responsabile della Comunicazione della Fondazione, e inviata proprio all’allenatore romano. «Beppe e i suoi compagni di squadra la capiscono: quella posizione in classifica è certamente immeritata e la tensione del dopo gara gioca spesso brutti scherzi. Ma la sua dichiarazione li ha proprio sorpresi. Ma come? Dopo gli ottimi risultati al recente torneo tra i Centri Socio-Educativi di Milano».
La storia di Beppe Beppe è il portiere della squadra di calcio dei ragazzi della Don Gnocchi. Non ha braccia né gambe. «Eppure – prosegue Brambilla – affronta ogni partita con lo stesso entusiasmo e l’identica voglia di vincere dei più affermati campioni. Ogni sua parata, ogni tiro respinto è un traguardo per noi inimmaginabile. Settant’anni fa lo straordinario impegno di don Gnocchi con le giovani vittime della guerra aveva commosso l’Italia. Migliaia di piccoli mutilati si affidarono, fiduciosi, al loro amato ‘allenatore’, che li raccolse per l’Italia, li curò nei propri centri, li fece studiare e insegnò loro un lavoro, perché potessero tornare alle proprie case, formarsi una famiglia e vivere felici. È vero, quel detto ‘i mutilatini di don Gnocchi’ finì per entrare nel gergo comune. Anche in ambito calcistico, con don Carlo capace di far giocare a calcio chi si reggeva sulle stampelle e persino i ragazzi ciechi, facendoli correre dietro un pallone al quale aveva agganciato un campanello perché lo potessero sentire».
L’immagine dei calciatori «Oggi la Fondazione Don Gnocchi continua ad accogliere e curare bambini e giovani con disabilità, insieme a pazienti adulti che necessitano di riabilitazione, anziani non autosufficienti, malati terminali e persone in stato vegetativo, secondo l’insegnamento di don Carlo e con il motto: ‘Accanto alla vita, sempre!’. Messa così, di fronte all’immagine dei calciatori di oggi, belli, forti, ricchi e famosi, è chiaro che non c’è partita. Beppe, tuttavia, è convinto il gol dell’altra sera, forse, lui non l’avrebbe preso. E come dargli torto? Ogni volta che scendono in campo, questi ragazzi dimostrano una tale passione per la vita che deve far riflettere una società ancora incapace di misurare il proprio passo con il ritmo di marcia degli ultimi».
L’invito «Allora, caro mister, perché non accoglie l’invito di questi ragazzi e viene a far loro visita? Si accorgerà (oltre al fatto che hanno bisogno di divise nuove…) che le persone con disabilità non sono solo una provocazione a certi stili di vita, ma sono soprattutto portatori di doni preziosi da spalmare nel cuore della convivenza umana. Con il più sincero “in bocca al lupo” per il prosieguo del campionato».
Le scuse Nel tardo pomeriggio di giovedì poi ecco le scuse di Pochesci. «Sono profondamente dispiaciuto che questa mia dichiarazione abbia involontariamente offeso tutti coloro che fanno parte della Fondazione Don Gnocchi, una realtà straordinaria per quello che fa quotidianamente. Ma non era mia intenzione, con le mie parole, fare riferimento alle attività svolte dalla Fondazione stessa. Ho soltanto ripreso in modo ironico una battuta che ci facevamo da ragazzi più di 30 anni fa quando giocavamo contro una squadra parrocchiale che si trovava a Roma ed aveva il campo a Villa Pamphili. Era gestita da sacerdoti e spesso veniva sconfitta durante i campionati provinciali. Ai miei tempi, a Roma, come presa in giro, si diceva che avevi giocato contro questa squadra parrocchiale. Da qui il fraintendimento del quale però mi scuso ancora perché comprendo la delusione di chi opera in maniera così bella e solidale come la Fondazione Don Carlo Gnocchi. Ci tengo però a ricordare che quando allenavo l’Unicusano Fondi è stato ospitato per un giorno e si è allenato con noi un giocatore della nazionale amputati, Luca Zavatti. Colgo quindi l’occasione per ringraziarli dell’invito che accetto con entusiasmo ed appena sarà possibile mi recherò presso la struttura per conoscere gli operatori, i volontari, ma soprattutto i ragazzi che praticano sport e calcio grazie alla Fondazione. Avrò sicuramente molto da imparare».
@tulhaidetto
