di Mario Mariano
La prima volta che sentii parlare di Arrigo Sacchi fu a metà degli anni ’80: il Perugia dei miracoli aveva fatto il suo tempo e i grandi protagonisti di quella squadra, che sfiorò lo scudetto, andò in frantumi anche per ragioni anagrafiche. Anche la bandiera, «il colonnello Frosio», come usava chiamare Franco D’Attoma il capitano di quella magica squadra si accasò in serie C, al Rimini, allenato appunto da Sacchi. Continuai ad intrattenere un contatto costante con lui e fin dalle prime settimane mi disse: «Ho conosciuto un allenatore di cui sentirai parlare, se vieni a Rimini te lo faccio conoscere. Ti dico solo che non c’è paragone con tutti quelli che ho avuto, non ci sono termini di paragone né con Radice né con Castagner, che pure mi hanno dato tantissimo. Arrigo è semplicemente di un altro pianeta».
Frosio: Arrigo è di un altro pianeta Ho conosciuto Sacchi proprio attraverso Frosio e così, nonostante da allora siano passati molti anni, in occasione della presentazione del libro di Roberto Renga, l’ex Ct della Nazionale è partito proprio da Rimini e da Frosio nel proporre aneddoti e ricordi. Un «dietro le quinte» dove si è parlato di Lamberto Sposini («ricordo che eravate molto amici, quali sono le sue reali condizioni di salute?»), dei suoi viaggi da un capo all’altro della penisola, come coordinatore delle Nazionali giovanili («l’altro ieri ero a Sorrento, il giorno dopo a Novara, poi sono passato per casa a Milano ed ora eccomi qui a Perugia: spesso guido io, ho bisogno di sentirmi attivo»). Intermezzo con Castagner. Arrigo ad Ilario: «Tu di che anno sei? Del ’40? Complimenti, sei un ragazzino». Ed Ilario giustamente inorgoglito per il complimento snocciola le 60 trasferte fatte nella scorsa stagione per raccontare in tv 42 partite di campionato e 18 di coppe europee.
Sacchi, Galeone e Zeman Ma torniamo a Sacchi e a quando non esistevano i telefonini eppure le interviste si facevano lo stesso e le persone si facevano trovare al posto giusto all’ora giusta, che generalmente per allenatore era quella di pranzo. Sacchi era passato dal Rimini al Parma ed il caposervizio di Tuttosport, Enzo Belforte, mi chiese di seguire per filo e per segno tre allenatori che si stavano affacciando mettendo in mostra. Sacchi appunto, che aveva capito subito quanto contasse l’immagine (mai che mi abbia detto «mi chiami più tardi, ora sono a pranzo». E la moglie quando non lo trovavo: «Guardi, arriva a minuti, mi ha chiamato dalla sede, lo chiami tranquillamente»), Galeone che già all’epoca del primo Pescara era scontroso e senza orari (hai voglia a lasciargli messaggi al motel Agip alle porte di Pescara dove alloggiava, salvo che quando lo rintracciavi non aveva mai voglia di chiudere la telefonata) e Zeman conosciuto nientemeno che a Savelli di Norcia mentre si allenava su un campetto che era impossibile trovarne uno più spelacchiato e gibboso.
Quel Curti lì Rieccomi ora a Sacchi: l’antica collaborazione ed i comuni amici di un tempo gli hanno fatto chiedere notizie sul Perugia attuale, e soprattutto di «un giovane di cui ho sentito parlare bene». E su Curti, di cui si è appuntato il nome su un foglietto, ha voluto sapere l’età, il ruolo, se è titolare. Ma la sensazione netta è stata quella di uno che di certe informazioni era a caccia solo per una conferma. «E lei che ha seguito per tanti anno il Perugia in serie A, come si trova a scriverne ora che è in questi campionati?». La risposta l’ha bruciata Castagner: «Ho visto solo spezzoni di immagini televisive, ma quel Clemente potrebbe giocare in tutte le squadre di serie B e in qualcun’altra di A, e poi ho visto anche qualche giovane interessante». Sacchi che era partito come allenatore del Fusignano, per arrivare ad essere considerato il più rivoluzionario allenatore del mondo, ha opposto un sorriso dei suoi che nascondeva il suo credo calcistico: «Il calcio è gioia, divertimento, in qualsiasi categoria si gioca».

