La radio come esercizio giornalistico più puro, come atto di responsabilità e come viaggio nella memoria collettiva. Francesco Repice ha portato tutto questo sul palco del San Francesco al Prato con lo spettacolo “Ci vediamo alla radio”, un racconto a più voci che attraversa decenni di radiocronaca e di storia italiana.

Le parole cercate Repice parte dall’etimologia, radios e chronos, il raggio che attraversa il tempo, per spiegare la forza unica della radio. Poi rende omaggio ai maestri. Su tutti Sandro Ciotti, che invitava i giovani cronisti a «mettere uno zaino sulle spalle e riempirlo di parole», parole da cercare leggendo tutto, dai romanzi alle scritte sui muri. Un maestro «pazzesco ma spietato», capace di insegnare che «la radiocronaca è una splendida amante, ma merita il rispetto di una moglie».

Gli aneddoti C’è spazio anche per gli aneddoti, come quello su Bruno Gentili, allievo prediletto di Ciotti, che si ritrova a dover inventare la formazione del Dundee united nella semifinale di Coppa campioni contro la Roma del 1984. E poi le storie di redazione al Gr2, dove l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Seduto alla scrivania, Repice introduce il celebre racconto del giornalista sudamericano Victor Hugo Morales, voce delle imprese di Diego Armando Maradona, il “barrilete cosmico”, con quel “ta ta ta ta” entrato nella leggenda a descrivere il gol più bello della storia del calcio.

I ricordi Poi il tono cambia, si fa più serio. Al leggio rivive il match tra Emile Griffith, pugile nero, immigrato e omosessuale, e Nino Benvenuti, raccontato dalla voce Rai di Paolo Valenti. E ancora l’attentato alle Olimpiadi di Monaco ’72, con il colpo di genio di Piero Pasini, premiato dalla Rai per merito giornalistico dopo aver raccontato tutto “tenendo la testa bassa”. La serata scorre tra memoria e commozione: la storia di Renato Curi, Paolo Rosi, definito il “Frank Sinatra dei telecronisti”, il racconto della tragedia dell’Heysel, il ricordo dell’ispettore Raciti, la sciagura Moreno in Corea, fino al Mondiale tedesco del 2006. Il finale è affidato alla vittoria europea del 2021 e al ricordo di Denis Bergamini. Applausi lunghi, per uno spettacolo che non è nostalgia, ma coscienza del presente e rispetto per le parole.

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