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È la casa il problema centrale e il bisogno più profondo espresso dalle persone in situazione di povertà cronica; una povertà che, a causa anche di altri fattori, rischia di trasmettersi da una generazione all’altra in una sorta di circolo vizioso senza fine.

La ricerca Nell’undicesimo Rapporto sulle povertà e sulle risorse della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve, presentato lunedì, uno dei contributi più interessanti è quello della professoressa Fiorella Giacalone, antropologa dell’Università degli studi di Perugia. La docente insieme a due studentesse di Scienze politiche ha coordinato un gruppo di ricerca e ha intervistato 14 persone dei 174 nuclei rimasti in carico a Caritas nell’ultimo decennio. Una povertà cronica per comprendere la quale, è stato spiegato lunedì, serve un cambio di paradigma, passando dalla conta statistica all’ascolto delle biografie.

Gli stessi nomi Proprio l’analisi delle storie personali ha permesso di cogliere aspetti che i numeri da soli non riescono a raccontare. Dopo undici anni di osservazione, infatti, l’Osservatorio delle povertà della Caritas si è trovato di fronte alla ricorrenza degli stessi nomi, segnale di una condizione che non rappresenta una fase temporanea ma una situazione stabile e duratura. Da qui la scelta di un approccio etnografico basato su colloqui aperti, capaci di lasciare spazio al racconto delle esperienze e delle fragilità vissute.

L’evento scatenante Dalle interviste emerge che dietro ogni percorso di impoverimento esiste quasi sempre un evento traumatico che segna una rottura profonda. Per gli uomini il punto di svolta coincide spesso con la perdita del lavoro, il fallimento di un’attività o un licenziamento. Per le donne pesano maggiormente separazioni, lutti, abbandoni e casi di violenza domestica spesso rimasti a lungo nascosti. Non si tratta soltanto di una perdita economica, ma di una ferita che investe l’identità personale, le relazioni e la capacità di progettare il futuro.

La casa In questo quadro la casa assume un valore che va ben oltre l’abitazione in senso stretto. Giacalone l’ha definita una «sorta di pelle», capace di delimitare uno spazio privato e di restituire dignità alla persona. È il luogo della sicurezza, degli affetti e della cura di sé. Senza una casa stabile, è stato osservato lunedì, si rischia di diventare soltanto «numeri» o «etichette», perdendo anche il senso di appartenenza alla comunità. Le testimonianze raccolte raccontano una forte precarietà abitativa. In dieci anni di osservazione soltanto una delle persone seguite è riuscita ad acquistare una casa. Molti vivono in strutture di accoglienza o in soluzioni temporanee. Per chi ottiene un alloggio popolare il cambiamento viene vissuto come una vera rinascita. Una donna straniera ha raccontato: «Volevo urlare dalla gioia… ho ringraziato Dio perché quella casa mi ha salvato». La realtà, però, resta segnata da graduatorie molto lunghe e da una disponibilità insufficiente di alloggi pubblici.

I numeri I dati richiamati nel rapporto confermano la dimensione del problema. Il 33 per cento degli utenti Caritas presenta una condizione di disagio abitativo, mentre quasi un quarto vive situazioni particolarmente gravi. Per le famiglie sostenute dall’organizzazione il peso delle spese per la casa risulta quasi doppio rispetto alla media nazionale. L’aumento degli affitti e degli sfratti rende l’emergenza sempre più visibile e alimenta una costante paura di perdere l’alloggio.

La salute mentale La ricerca mette inoltre in luce il forte legame tra povertà e salute mentale. La mancanza di stabilità, l’isolamento sociale e la percezione di essere rimasti ai margini generano ansia, depressione e senso di fallimento. Nelle storie raccolte la sofferenza psicologica appare spesso intrecciata alle difficoltà materiali. Per questo, secondo lo studio, non basta intervenire sui singoli bisogni economici: occorre affrontare anche il disagio relazionale ed emotivo che accompagna la povertà cronica.

Il lavoro povero Un altro elemento emerso riguarda il lavoro. Avere un’occupazione non garantisce più automaticamente l’uscita dall’indigenza. Molti degli intervistati sperimentano forme di lavoro povero, regolare o irregolare, incapaci di assicurare risorse sufficienti per mantenere una famiglia. La situazione è particolarmente difficile per la cosiddetta generazione di mezzo, schiacciata tra la cura dei figli e quella dei genitori anziani.

Le proposte Tra le richieste avanzate dagli stessi beneficiari figurano maggiori occasioni di sostegno psicologico, gruppi di mutuo aiuto e percorsi che aiutino le persone a ricostruire fiducia e relazioni. Reti fondamentali dato che, come sottolineato nel corso della presentazione. la povertà cronica non può essere affrontata con interventi isolati: casa, salute, lavoro e legami sociali sono aspetti strettamente connessi, e solo percorsi capaci di tenere insieme tutte queste dimensioni possono interrompere quel meccanismo che rischia di trasmettere la povertà da una generazione all’altra.

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