di Mario Mariano
Dovrebbe esserci una bella differenza tra una vita tra le scartoffie di un ufficio e fare l’allenatore di calcio professionistico. Una differenza abissale. Eppure per un giovanissimo Ilario Castagner fu questo il dilemma alla fine degli anni Sessanta. La decisione da prendere gli venne agevolata da una chiamata di Corrado Viciani che lo volle come suo vice all’Atalanta in serie A, da poi dove spiccò il volo per una carriera assai più remunerativa di quella di geometra in Comune a Perugia. Carriera piena di tante gioie ma anche punteggiata da diverse amarezze, sottoforma di esoneri. Il calcio è costellato di rose e spine in tutte le categorie e nessuno ne è indenne. Se un presidente di calcio cambia l’allenatore perché i risultati non arrivano le responsabilità vengono attribuite ad una sola persona: a chi guida quel gruppo.
A LA SPEZIA UN GRIFO CAMALEONTICO E SENZA IDENTITA’
Il ‘mago’ Helenio Herrera Il primo allenatore che in Italia, agli inizi degli anni Sessanta, riuscì a far concentrare l’attenzione sul proprio lavoro, sulla importanza del ruolo, fu Helenio Herrera. Non a caso venne soprannominato «mago», fu lui stesso, sia con la stampa sportiva che con quella generalista ad enfatizzare l’importanza di chi guida la squadra in panchina, di colui che assegna le maglie e traccia la strategia tattica. Herrera all’epoca era uno straordinario motivatore e tanti nei decenni successivi si sono ispirati a lui.
Il check-in in aeroporto Ai giocatori fa comodo avere uno che li coccola o li rimprovera, che pensa solo ad accrescere la propria carriera perché ad un certo punto si smette e si entra nella vita normale. Disse in una intervista Egidio Calloni, ai tempi del Perugia di Paolo Rossi: «Da soli noi calciatori non saremmo capaci neppure di fare il check-in in aereoporto». Sono passati decenni ma è probabile che le cose non siano cambiate di molto.
DOPO IL POKER IN LIGURIA E’ IN BILICO IN TECNICO
Le responsabilità del mister Fino a quando non attacca le scarpe al chiodo il calciatore resta un protagonista indiscusso del sistema calcio e la difficoltà maggiore è quella di gestire ventitre-venticinque teste pensanti, metterle in sintonia, intuire chi sono i leader e chi i comprimari. Ecco perché fare l’allenatore è una vera Impresa ( la ‘i’ rigorosamente maiuscola). Ecco perché non appena le cose prendono a non funzionare secondo le aspettative di società e tifosi, l’allenatore si manda a casa. Non esiste uno che possa dire di essere indenne dall’umiliazione del licenziamento in tronco, quasi sempre per la mancanza di risultati o per interruzione di un rapporto fiduciario.
Anche Carletto Ancelotti esonerato L’ultimo allenatore di grande rilievo spedito a casa qualche settimana fa, importante, è Ancelotti. Anche Castagner ne ha subìti diversi in carriera (Lazio, Ascoli, Milan, Inter e Perugia), ma ancora oggi ripete: «Noi allenatori dovrebbero fare un monumento a Helenio Herrera, glorificarne il nome tutti i santi giorni, perché è stato lui a mettere al centro dell’attenzione generale il ruolo più difficile, ma anche quello più affascinante, e di conseguenza a farlo diventare il capro espiatorio».
Il futuro di Chico Giunti Solo ricorrendo alla storia del calcio, alle svolte principali, si può spiegare perché Giunti dall’apoteosi di un mese fa è diventato ora oggetto del sarcasmo generale e la rete lo ha ribattezzato «l’uomo che tiene le mani in tasca». Non sappiamo se Giunti riuscirà mangiare il panettone a Perugia perché la situazione è sotto gli occhi di tutti, ma intanto nessuno gli ha fatto sconti, e forse il trattamento che gli è stato riservato è inferiore perfino a quello di Bisoli che ha conosciuto mesi di crisi e di polemiche. Della gestione ultima, quella della ripartenza dai dilettanti, solo Battistini e Arcipreti hanno pagato dazio con il licenziamento, il Perugia non è dunque una piazza mangia allenatori o direttori sportivi.
La «scommessa» in panchina Giunti, comunque finirà la sua avventura – tra una partita, oppure dopo una stagione intera, o chissà quante altre dopo questa – paga errori probabilmente suoi perché, da debuttante nel calcio professionistico, in estate non aveva alcun peso contrattuale per chiedere garanzie tecniche o indirizzare scelte diverse da quelle individuate dai dirigenti. Non poteva essere diversamente: Giunti era e resta una «scommessa», un esperimento in virtù di tante situazioni. Ma qualunque sarà il suo destino deve considerarsi un pronipote di Helenio Herrera, quello che pretendeva i migliori calciatori in circolazione, tutelato ad oltranza dal presidente Angelo Moratti e dalla gran parte della stampa, che lo vedeva come un’inesauribile fonte di notizie di interesse generale che producevano vendite in quantità esponenziale di quotidiani e settimanali, quando il web era lontano mille miglia. Un parallelismo audace Herrera-Giunti, ma la storia dell’allenatore che paga per tutti, inizia da lì, e a pagare dazio fu lo stesso «mago». Per eventuali conferme rivolgersi a Paolo Sollier, allievo di Herrera che dai potenti riflettori di San Siro dovette cercare effimera gloria a Rimini.

L’allenatore non ha amici.
Ai tempi del mago era già così, ma veniva messo in mezzo da calciatori e società…oggi ci sono anche i fenomeni procuratori (alcuni dei quali non sanno nemmeno mettere tre parole di italiano in fila).