di Arianna De Angelis Marocco
Un grande sommergibile irrompe sul palco del Festival di Spoleto per Takemehome di Dimitri Chamblas, uno spettacolo di danza il cui titolo lascia spazio a molteplici chiavi di lettura. In scena nove performer visibilmente diversi per struttura e età, che calcano il palcoscenico del Romano sulle visioni sonore della poliedrica artista Kim Gordon.
La scena è dominita da questo enorme pallone, immobile nello spazio e reso partecipante al processo attraverso variazioni luminose. Sotto, alcuni spettatori, non appartenetenti al cast, vengono accompagnati a sdraiarsi sulla scena, in un mood generale di riposo e osservazione. Contemporaneamente il pubblico del Romano, sempre gremito, prende posto, presentandosi ancora una volta in ritardo e creando evidenti disagi.
E’ un dejavu quello che vede mescolarsi gente comune e performer sul palco del Due Mondi, e che, nel caso di Chamblas, dà l’inizio a questo viaggio nelle suggestione e nelle visioni del coreografo. C’è un silenzio piuttosto ingombrante nella prima parte, sostituito temporaneamente da un tappeto di rumori che dà vita a micro situazioni di movimento, urgenti e dinamiche, sofferte e cupe. Sono corpi e storie, quelle dei danzatori che sembrano chiedere di essere viste, che hanno bisogno di ascolto, di trovare uno spazio nell’insieme.
L’atmosfera è densa, giocata con suoni, immagini e sound, che confezionano atmosfere cupe. Solo dopo oltre venti minuti si squarcia questa densità, che rischia di diventare talmente criptica da buttarti fuori dalla narrazione, e sulla scena irrompe il suono di una chitarra elettrica, col plettro che graffia le corde. Ed è direttamente il performer a dare vita allo strumento e, al primo, se ne aggiunge un altro e un altro ancora. La narrazione si carica di una pressione di notevole portata, l’idea classica di tappeto musicale perde rilievo rispetto alla dominanza dell’immagine del performer in piedi sull’ amplificatore con la chitarra in mano che incute un ritmo prepotente, creando quel genere di pathos che presagisce l’arrivo di un branco.
E arriva così lo strappo, un momento in cui il climax cambia, mantenendo la sua cupezza ma alzando il volume dell’intensità con cui esternarla. Un lampo relativamente breve e forse non troppo indagato, che lascia spazio a un ritorno alla situazione precedente, come un grido improvviso che non muta spazio e abitanti. In parecchi lasciano il Romano durante la narrazione, vogliamo sperare per la scomodità della seduta, visto che, proprio per la struttura dello spazio è improbabile passare inosservati e non disturbare il resto del pubblico.
Uno spettacolo quello di Dimitri Chamblas che divide il pubblico del Due Mondi, come nel caso di Yoanne Burgois in piazza Duomo e che, come nel caso precedente, paga il prezzo di un luogo che, seppur profondamente suggestivo, non permette a tutti quell’intimità e quella vicinanza spaziale di cui necessitano alcuni progetti artistici, non concedendo, dunque, la costruzione di atmosfere di luci e buio necessarie alla narrazione. Il pubblico del Festival di Spoleto si schiera anche negli applausi, lunghi, sinceri e generosi, in contrasto con premature uscite dal Romano durante i saluti finali. Lo spettacolo racconta un’evidente professionalità, sul comportamento del pubblico invece c’è ancora da lavorare.
