di Arianna De Angelis Marocco

Una distesa di terra accoglie il pubblico del Romano di Spoleto per “New Earth e Bolero X”, due lavori del coreografo israeliano Shahar Binyamini, figura ormai centrale della nuova scena internazionale, formatosi con Ohad Naharin e oggi voce autonoma, ma profondamente radicata nel linguaggio del Gaga.

Lo spazio – mai solo scenografia – è subito evocazione. Quel suolo nudo e polveroso riporta alla memoria l’immaginario di Pina Bausch e de “Le Sacre du printemps”: non una citazione, ma una condizione necessaria alla narrazione. È lì che nasce “New Earth”, lavoro che si apre con i corpi vivi di sette performer, attraversati da fili di colore cuciti addosso come estensioni della pelle. Figure che si muovono con la consapevolezza di un’origine, e con il desiderio di riscoprirla.

Il movimento si fa primordiale, le relazioni si creano a partire dalla materia stessa. Non c’è narrazione lineare, non serve. Ogni spettatore per trovare il proprio aggancio, la propria necessaria percezione. La danza sembra avvenire per la prima volta, come se il corpo scoprisse sé stesso in tempo reale, coi sensi in allerta, in connubio tra umano e animale. È un luogo fisico e ideale dove i confini – geografici, di genere, di ruolo – si dissolvono. “Nuova terra”, appunto: uno spazio di libertà, di contaminazione.

Il climax arriva quando in scena appaiono figure che sembrano uscite da un sogno o da un universo parallelo, come gli avatar del celebre film, portatori di vita, fertilità, rinascita. È un Eden che supera la colpa, una miscela d’amore che non ha bisogno di definirsi. Solo presenza. Solo desiderio.

Difficile allontanarsi dalla similitudine con la cifra stilistica di Ohad Naharin, non da un punto di vista di composizione coreografica o drammaturgica, ma prettamente relativa al codice di movimento. Una formazione così forte e contaminata dallo stile Gaga è piuttosto probabile che si trasponga in un processo coreografico, rendendo immediata, a parere di chi scrive, l’associazione di due visioni artistiche così interconnesse.

Dopo una breve pausa, necessaria a riportare ordine nel caos fertile della terra, come si fa nei giardini zen, prende vita “Bolero X”, creazione che ha già consolidato la caratura del coreografo israeliano. Sulle note del “Boléro” di Ravel (nell’arrangiamento della Berlin Philharmonic diretta da Pierre Boulez), un esercito di danzatori – tra cui studenti della Zurich University of the Arts – dà corpo a una progressione inesorabile, un’onda umana che cresce, pulsa, si accende.

“Bolero X porta” con sé la dominanza di un corpo di ballo estremamente numeroso, di una tessitura musicale che resta protagonista indiscussa e motore inarrestabile, della polvere alzata dai corpi, rumore del branco nella sua accezione più straordinaria e potente.
Il lavoro, già definito da molte testate internazionali come “una celebrazione della fiducia e della comunità”, abbraccia una coralità sincrona in cui è comunque possibile scorgere ogni individualità che costruisce il tutto. Alla fine il pubblico è in piedi. Applausi lunghi, generosi. Qualcuno chiede un bis, come a un concerto, restituendo all’intera compagnia la gratitudine evidentemente provata.

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