di Arianna De Angelis Marocco
All’ingresso del Nuovo-Menotti di Spoleto, il pubblico si accomoda con lentezza, scrutando con curiosità un palcoscenico già abitato: un piccolo pontile si affaccia su un laghetto immerso nella nebbia. Un uomo siede con i piedi nell’acqua, ci osserva. È Woyzeck. È da qui che ha inizio una discesa teatrale nell’inconscio, un viaggio disturbante e crudele, sul testo di Georg Büchner, firmato dal regista tedesco Ersan Mondtag e prodotto dal prestigioso Berliner Ensemble, in prima italiana al Festival dei Due Mondi, con le musiche di Tristan Brusch.
La scena, immersa nella natura, si apre su un accampamento di soli uomini, in una foresta che ha i tratti mitici del margine: tra cowboy e gente “comune”, si consuma la vita quotidiana di una comunità isolata, al margine di qualcos’altro che si presagisce essere al di là degli alberi, all’orizzonte. I corpi si muovono tra rituali di un quotidiano cadenzato da albe fulminee e notti dominanti — scuoiando animali, preparando cibo, curando il fuoco — mentre Woyzeck, interpretato con intensità febbrile da Maximilian Diehle, rimane sospeso in un isolamento psichico ed emotivo che lo rende estraneo e perturbante.
Il testo originale di Büchner — incompiuto e frammentario — affonda le sue radici in un fatto di cronaca avvenuto nel 1821: l’omicidio da parte del barbiere Johann Christian Woyzeck ai danni della vedova Woost, e la sua successiva condanna a morte. Da quell’episodio, Büchner costruisce un’opera che è insieme denuncia sociale, riflessione filosofica e indagine psicologica. Mondtag la riporta in scena con una visione radicale: un mondo tutto maschile, immerso nella natura, dove l’assenza della figura femminile reale — Marie è interpretata da un uomo — amplifica il senso di alterazione visiva e offre sfumature di brutalità patriarcale, senza indirizzarne la narrazione.
Il dolore, la solitudine e l’alienazione sono scolpiti in ogni elemento scenico. «Il dolore sia il mio guadagno», canta Woyzeck, in un momento che sintetizza la sua intera esistenza: un corpo fragile, una mente vulnerabile, stritolata dalle gerarchie, dalla violenza simbolica e fisica, dal potere.
La scena, ora invasa da corpi, ora teatro del protagonista, oscilla tra il realismo crudo e una dimensione allucinata, quasi da incubo. La regia di Mondtag è ipnotica e disturbante, costruita su una cura minuziosa della scena e sulla lenta e inesorabile trasfigurazione del protagonista. La scelta musicale di Tristan Brusch accompagna e amplifica le tensioni, con sonorità live che mescolano folk, pop e ambient, eseguite da un ensemble presente in scena come un coro invisibile.
Il testo tradotto, proiettato in alto nel boccascena, accompagna lo spettatore in lingua, ma non senza frizione: il linguaggio non è immediato e alcuni momenti di fuori sincrono tra parola e azione acuiscono la distanza. È necessario, per chi osserva, scegliere se seguire il testo o lasciarsi catturare dalla forza visiva. Chi scrive sceglie di lasciarsi inondare dalla scena, cogliere solo frammenti della parola tradotta, e trovare proprio in quel vuoto una maggiore aderenza al senso. Un senso che non si impone ma si cerca, e che ogni spettatore può trovare nel rapporto profondo tra gesto, ambiente e psiche, in una narrazione che affonda le sue radici nell’analisi filosofica delle relazioni umane e dell’influenza sociale sul comportamento del singolo.
Non c’è pietà in questa narrazione. L’intero spettacolo è una progressiva erosione della psiche, un rituale collettivo di esclusione. Woyzeck è il diverso, il corpo estraneo, il bersaglio del branco. La violenza si insinua come bile nella scena, serpeggia tra i giochi di potere, nei gesti quotidiani, nello sguardo di chi comanda, nel buio di ciò che emerge dal non detto e dal non visto. Mondtag non racconta solo un omicidio: racconta un meccanismo di sopraffazione che manipola e alimenta un disagio, che esclude, che sacrifica. In questo contesto, Woyzeck non è solo colpevole: è vittima di una struttura che ha cavalcato la sua evidente fragilità. E non si tratta di scagionare o condannare: si sente l’invito alla riflessione, all’analisi dei sottotesti che costruiscono un fatto.
Il monologo finale è uno scavo nel vuoto: mentre il palco si riempie di presenze aliene, la mente di Woyzeck implode. Ha appena ucciso Marie — o forse se stesso. Il confine è labile. È la psiche che cede, che si rompe sotto il peso dell’oppressione.
Alla fine, lunghi applausi accolgono la compagnia sul palco: attori, musicisti e tutto il team tecnico — tedesco e italiano — che ha reso possibile questa macchina scenica complessa e visionaria. È il tributo dovuto a un lavoro che scuote, inquieta e lascia senza parole. A prescindere dal gusto personale, dall’affezione a una narrazione registica a cui il Berliner Ensemble ci aveva abituato con le regie di Bob Wilson, quest’opera musicale contiene una regia in cui spazio e corpo costruiscono realismo e pura follia, su scene di iperrealismo con prospettive giottiane. Un Woyzeck lontano dal pietismo, vicino all’abisso contemporaneo.
Mondtag firma così una versione spietata, poetica e politica del testo di Büchner, restituendo al pubblico italiano un classico come corpo vivo, pulsante, pronto a ferire
