Dark Matter di Marco Goecke al Festival di Spoleto

di Arianna De Angelis Marocco

Il Teatro Romano non è gremito come ci si aspetterebbe per assistere a uno dei coreografi più affermati e suggestivi del mondo, la cui firma inconfondibile racconta una personalità che non può essere replicata. Si tratta del tedesco Marco Goecke, noto alla cronaca per aver lanciato escrementi di cane alla giornalista che ne criticava il lavoro, che al Festival di Spoleto porta Dark Matter una trilogia che porta in scena 12 tra danzatori e danzatrici in un efficace crescendo coreografico.

Marco Goecke al Festival di Spoleto Il primo brano, Tuè, è un solo di donna, malinconico, doloroso, poetico. Una donna così elegante, una danzatrice così forte nel danzare un’evidente fragilità, un respiro che diventa il suono del suo movimento. La velata tristezza che appartiene oltremodo alla narrazione di Goecke, un’angoscia che non vuole essere edulcorata o mascherata, ma che si rivela generosamente autentica al pubblico festivaliero. La scena vuota e l’impianto di luce timido abbracciano il corpo di questa prima danzatrice, sulle note strazianti di Si D’amour à Mort che strappa un lungo applauso ancor prima di aver concluso.

Romano non al completo per Dark Matter A seguire, in un efficace crescendo numerico, Midnight Raga, dove due danzatori prendono il palcoscenico alternandosi come facce di una stessa medaglia sulle note di una melodia indiana. Nessun riposo, nessuna sospensione per i corpi dei due interpreti, un mix di gestualità, tic, virtuosismi tecnicamente pregni, disarticolazioni, mimiche, condite da una dinamica epilettica, ansiogena, incalzante. Un gioco di contrasti tra musiche jazz, blues di Etta James e il vocabolario di Goecke che mantiene la sua personalità, governando le sonorità senza mai essere didascalico, dando la sensazione di animare un invisibile sottotesto sonoro.

La trilogia coreografica È sulle note di Bob Dylan che il pubblico entra nell’ultima delle tre coreografie, Whiteout, unico pezzo corale della trilogia Dark Matter. Un racconto coreografico colmo di stereotipie, così precario e maestoso al tempo stesso, i cui corpi, abusano di una costante contrazione, senza sosta, senza compassione. È un linguaggio inquieto, una narrazione di demoni e ombre, un’attrazione verso l’oscurità che si trasforma in bellezza mantendendo veridicità e illuminando la scena. Un lungo loop incalzante che non risulta mai uguale a se stesso, pregno della personalità del danzatore ed emotivamente corposo, in un connubio inscindibile con il tecnicismo che rende questa corale un’esplosione del genio di Goecke.

Cinque minuti di applausi Oltre cinque minuti di applausi richiamano in scena tre volte l’intero cast di Dark Matter e sono applausi riconoscenti per un atto donativo, generoso che ogni interprete a fatto al pubblico, acclamando l’opera che racconta le visioni di un uomo e un artista ineguagliabile, Marco Goecke.

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