di Arianna De Angelis Marocco
Didone ed Enea, o Didon et Énée, è un’opera-mito che attraversa secoli e culture, imponendosi come un colosso poetico e tragico. In questa versione danzata, presentata in prima italiana per la 68ª edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, la coreografa spagnola Blanca Li ne prende in mano la forza archetipica dell’amore e la traduce in una composizione coreografica dinamica, molto strutturata. Il viaggio sonoro costruito da Purcell si accende come una fiamma, tra delicatezze melodiche e tensioni drammatiche.
Dopo aver incantato in passato il pubblico del Festival con l’esperienza immersiva di “Le Bal de Paris”, Li torna sul palcoscenico del Romano di Spoleto con uno spettacolo che si muove sul crinale tra rigore coreografico e suggestione visiva. L’impianto collettivo è elegante, ordinato, costruito su geometrie e cifre stilistiche neoclassiche, tra cui si inseriscono spunti di fisicità più acrobatica e contaminata, lasciando inalterata la visione d’insieme che tende a restare entro un registro formale, con una ricerca coreutica attenta alla ritmica musicale e all’impatto estetico.
Un incipit, quello scelto da Blanca Li nella prima parte di Didone e Enea, che rimane nei confini di uno spettacolo di danza contemporanea senza particolari “effetti speciali”. Ma il pubblico del Romano attende, annunciato dall’impianto promozionale del Festival dei Due Mondi, l’arrivo dell’acqua, elemento scenico che desta notevole curiosità, associato a uno spettacolo dove stabilità, equilibrio e virtuosismi sono stati elementi fondanti dall’inizio della narrazione. Questa nuova variabile entra in scena senza troppi orpelli, lanciata dagli stessi performers sul pavimento lucido dell’Anfiteatro. Il corpo di ballo e la costruzione coreografica sembrano non “subire” le caratteristiche di questo elemento, al di là di alcune scivolate che prolungano movimenti e legazioni coreografiche, e l’acqua sembra non trovare uno spazio drammaturgico, fatta eccezione per uno specifico quadro in cui la narrazione dell’amplesso tra Didone e Enea viene sostenuta, e simbolicamente enfatizzata, dalla sostanza stessa dell’acqua.
Emerge una visione estetica di alta qualità, una danza frontale, strutturata da micro situazioni che si esprimono in contemporaneità, offrendo una sorta di canovaccio principale corredato da tante micro-narrazioni collaterali. Il ritmo ha una dinamica costante, nella quale è possibile riconoscere una forte performatività del corpo di ballo. A tratti il lavoro di Blanca Li assume i toni della tragedia mimata, con inserti teatrali, playback e posture che sembrano ispirarsi alla maschera tragica. Una costruzione estetica precisa, impeccabile, disinibita sul piano fisico, trattenuta su quello emotivo, che restituisce il testo antico a tratti didascalicamente, ma senza affondare completamente nel pathos che lo caratterizza. È un lavoro formalmente solido, curato, forse meno coraggioso sul piano emotivo: non si concede alla vertigine del sentimento nella sua brutalità, affronta il pathos e la drammaticità storica su un piano di bellezza, la poesia nelle immagini.
Alla fine dello spettacolo, Blanca Li si presenta in scena e riceve gli applausi convinti del pubblico. È un consenso che riconosce la qualità e la preparazione degli interpreti – tra cui Alizée Duvernois nel ruolo di Didone e Victor Virnot in quello di Enea – così come la coerenza di una visione registica chiara e controllata. Subito dopo la chiusura, ai piedi del palco ancora bagnato, il sindaco di Spoleto Andrea Sisti, la presidente dell’associazione Spoleto festival friens Ada Urbani e la direttrice artistica del Festival di Spoleto Monique Veaute, per la consueta consegna del premio che porta il nome dell’associazione e che quest’anno è stato assegnato a Blanca Li per la sua capacità di coniugare classico e contemporaneo con rigore e originalità. Accogliendo il premio con gratitudine, la coreografa ringrazia pubblico e istituzioni. È il sigillo finale di una serata in cui la danza ha reso omaggio a una storia immortale, senza strappi né rivoluzioni, ma con un passo fermo e consapevole, tra classico, bellezza e poesia.
