di Arianna De Angelis Marocco

Platea corposa e pubblico eterogeneo per la prima italiana di “Urlicht Primal Light – Gustav Mahler goes Circus”, in scena al Teatro Romano per la 68esima edizione del Festival dei Due Mondi. Una creazione inedita firmata dalla compagnia “Circa ensemble” insieme alla “Franui Musicbanda”, con la regia di Yaron Lifschitz e la direzione musicale di Andreas Schett, musiche di Gustav Mahler.

Il suggestivo spazio del Romano di Spoleto diventa palcoscenico di una contaminazione tra arte circense, danza contemporanea e musica da camera: un ibrido che manifesta il suo potenziale suggestivo fin dai primi ingressi. La scena si focalizza su uno spazio circolare bianco e, sul fondo, un coro di strumenti — dai fiati agli archi — che anticipa la preziosa opportunità della live music.

Venti performer con il volto e la testa dipinti di bianco, vestiti d’abiti poveri, corporature che toccano gli estremi umani per dimensioni, leve e anagrafica: un coro di presenze che evoca la poetica retrò della teatralità circense. Le prime acrobazie non rubano la scena alla gestualità, che resta ancora al centro di una narrazione emotiva giocata su sguardi, posture e prime relazioni.

Lo spettacolo è costruito dal susseguirsi di quadri, i numeri del circo, ciascuno con la propria grammatica: acrobazie al limite, costruzioni umane vertiginose, movimenti al confine tra rischio e sospensione. Il pubblico è quasi immobile, trattenuto in un silenzio denso, rotto solo da esclamazioni nei momenti di maggiore adrenalina. La richiesta dell’organizzazione di non applaudire durante l’esecuzione, per motivi di sicurezza, contribuisce a mantenere un’atmosfera carica ma trattenuta.

La tessitura musicale di Gustav Mahler, elemento portante e vivo, costruisce contrasti ironici piuttosto che romantici, con sfumature di inquietudine, dando anima alla performatività degli artisti. Con l’arrivo degli attrezzi — cerchi, barre, prese acrobatiche classiche — l’impianto si sposta verso un’estetica circense più tradizionale, con elementi che ricordano il repertorio classico, anche se filtrati da uno spazio, come quello del Romano, che restituisce una versione edulcorata dello spettacolo circense.

Non mancano alcune imprecisioni, funzionali e necessarie a restituire l’idea della complessità dei fattori che convergono nella ricerca di una perfezione esecutiva.

Provando a tirare le fila di uno spettacolo, che non ha una narrazione didascalica e che si basa su un susseguirsi di quadri estetici e atletici, quello che inizialmente pareva essere la strada di narrazione e interazione tra fisicità e teatralità, nel senso più contemporaneo del termine, si trasforma poi in una visione sempre più vicina alla struttura dello spettacolo circense, facilmente riconoscibile per chi abbia almeno una volta assistito a un’esperienza in questo campo artistico. E in questo spazio/famiglia trova posto anche la comunità dei giovanissimi, con un quadro pensato per loro, senza eccessi o virtuosismi, ma un luogo che connota quella che è la filosofia dell’intergenerazionalità che la scuola circense porta con sé.

Tuttavia, nonostante l’indubbia qualità tecnica e l’originalità del concept, lo spettacolo tende a dilungarsi, rallentando la sua forza iniziale, mancando forse di un crescendo narrativo significativo e appoggiandosi a una certa ripetitività nei codici drammaturgici, finendo col frenare l’evoluzione emotiva e lasciando la sensazione di un’occasione solo parzialmente compiuta.

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