Meno giovani e più pensionati. La delicata situazione dell’Umbria torna a emergere nell’analisi pubblicata il 18 luglio dalla Cgia di Mestre, che inserisce la regione nel gruppo delle 12 regioni italiane che fanno i conti con una perdita di popolazione tra 15 e 34 anni, ricordando contestualmente come tra il 2025 e il 2029 in Umbria andranno in pensione circa 44.800 persone. Coi dati pubblicati ad aprile dal ministero dell’Economia e della Finanza sulle dichiarazioni dei redditi 2025, riferite all’anno d’imposta 2024, si sono contati 643mila contribuenti sono circa 643mila, di cui sono 349.857 sono lavoratori dipendenti, 241.266 pensionati e 7.737 lavoratori autonomi, 1.898 imprenditori in contabilità ordinaria e 12.350 in contabilità semplificata.
Sul fronte demografico, in particolare, il Centro studi veneto segnala che tra il 2015 e il 2025 l’Umbria ha perso 10.753 giovani, con una variazione negativa per quella specifica fascia d’età, ossia tra 15 e 34 anni, pari al 6,1 per cento. Peggio fa l’Abruzzo (-12,1) e tutto il Sud Italia, con in testa la Calabria (-18), ma col segno meno ci sono anche Marche (-5,4), Lazio (-4,5) e Valle d’Aosta (-0,7). Col segno più la Toscana (0,9) e tutte le altre regioni del Nord, con Emilia Romagna al top (+8,4). A livello provinciale Perugia e Terni si piazzano rispettivamente in 49esima e 47esima posizione, con la prima che dal 2015 ha perso circa 7.700 giovani tra 15 e 34 anni (-5,8 per cento) e la seconda che ne ha visti allontanarsi circa 3.05 (-7,1).
Al trend demografico negativo dell’Umbria e delle altre 11 regioni, la Cgia di Mestre affianca le previsioni di uscita dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età. In particolare, per l’Umbria dei 44.800 in quiescenza tra il 2025 e il 2029, circa 20.100 risultano in organico a imprese private. «Chi sostituirà questi lavoratori nel 2030?» è la domanda che pone il Centro studi veneto, convinta che il nodo demografico sia «destinato a diventare centrale nel dibattito economico e sociale dei prossimi anni».
In questo senso, l’analisi segnala che «nel breve periodo l’ingresso di nuovi extracomunitari può rappresentare uno strumento per affrontare questa sfida, a condizione di riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia». Da qui il richiamo al cosiddetto Piano Mattei per l’Africa del governo Meloni, nella parte in cui «prevede di accelerare su corsie preferenziali nell’assegnazione delle quote di ingresso, riservandole a chi, nel proprio Paese natale, abbia frequentato un corso di lingua italiana e ottenuto una qualifica che attesti il possesso delle competenze professionali richieste dalle nostre imprese, a cui spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile».
Quindi il tema della «tenuta dei conti del sistema pensionistico», con la Cgia di Mestre che evidenzia come le «proiezioni di Istat e ministero dell’Economia e delle Finanze» prevedano «un incremento transitorio dell’incidenza della spesa previdenziale sul Pil nazionale, che passerà dall’attuale 15,4 per cento a un picco stimato intorno al 17 per cento verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14 per cento entro il 2070». Naturalmente con «previsioni di lungo periodo i margini di errore potrebbero non essere trascurabili», anche perché «resta aperto il problema dell’entità degli importi che verranno erogati agli aventi diritto nei prossimi decenni», ossia i lavoratori più giovani di oggi «che spesso hanno carriere lavorative discontinue e retribuzioni relativamente basse» a cui con l’attuale sistema «Inps corrisponderà assegni contenuti, difficilmente sufficienti a garantire una vita dignitosa».
