Nel 2024 le società di capitali umbre hanno ottenuto un rendimento operativo del capitale investito pari al 3,90%, contro il 4,35% della media italiana. Il dato colloca l’Umbria sotto anche Marche (4,12%) e Toscana (4,01%). Ma la graduatoria cambia quando si entra nei singoli settori: nella manifattura le imprese umbre superano entrambe le regioni vicine, mentre il turismo registra uno dei divari più ampi rispetto al dato nazionale.
È il quadro che emerge dall’analisi dei bilanci delle società di capitali realizzata dalla Camera di Commercio dell’Umbria sulla banca dati Anbi. Il campione comprende 15.511 bilanci relativi al 2024, presentati nel 2025. Le società di capitali rappresentano poco meno del 30% delle imprese regionali, ma generano fra il 70% e il 75% del fatturato. Una minoranza numerica che concentra quindi una parte rilevante dell’attività economica.
L’indicatore utilizzato è il Roi, che misura il risultato operativo in rapporto al capitale investito nell’attività aziendale. Non coincide con l’utile netto, perché non considera interessi e imposte, ma permette di valutare quanto rende il capitale impiegato nella gestione.
Il 3,90% umbro è inferiore di 0,45 punti percentuali alla media italiana, di 0,22 punti rispetto alle Marche e di 0,11 rispetto alla Toscana. Il confronto con il 2019 mostra comunque un miglioramento: allora il Roi regionale era al 2,53%, contro il 2,87% italiano, il 3,06% marchigiano e il 2,67% toscano. In cinque anni il rendimento umbro è cresciuto di 1,37 punti, senza recuperare il distacco.
La situazione cambia nella manifattura. Qui il Roi delle imprese umbre arriva al 5,28%, superando il 5,09% delle Marche e il 4,84% della Toscana. Il dato resta inferiore al 5,57% nazionale, ma segnala una capacità di rendimento del capitale superiore a quella delle due regioni con cui l’Umbria si confronta più direttamente.
Nelle costruzioni il rendimento si ferma al 5,31%, contro il 6,21% italiano, il 5,72% marchigiano e il 6,36% toscano. Nel commercio il Roi umbro è del 4,98%, mentre raggiunge il 5,74% in Italia, il 5,26% nelle Marche e il 5,42% in Toscana.
Il divario più ampio riguarda l’alloggio e la ristorazione, il comparto che comprende il turismo in senso stretto. In Umbria il Roi è del 3,63%, contro il 5,01% nazionale, il 4,18% marchigiano e il 4,62% toscano. La distanza dalla media italiana è di 1,38 punti percentuali. Anche rispetto al 2019, quando il rendimento era del 2,16%, il recupero non ha consentito di avvicinare gli altri territori.
Un altro elemento riguarda il costo del personale, che nel comparto assorbe il 77,4% del valore aggiunto in Umbria, contro il 66,9% della media italiana.
In agricoltura il Roi regionale è dello 0,33%, inferiore allo 0,96% italiano e allo 0,86% marchigiano, ma superiore al dato negativo della Toscana, pari a -0,26%. Negli altri servizi, che comprendono trasporti, attività professionali e altri comparti esclusi commercio e ospitalità, il rendimento raggiunge invece il 3,59%. Un valore vicino al 3,70% nazionale e superiore al 3,27% delle Marche e al 3,45% della Toscana.
Anche il confronto provinciale restituisce differenze. Il Roi è del 3,97% a Perugia e del 3,77% a Terni. Entrambe le province restano sotto le medie italiana e marchigiana. Perugia si colloca invece sostanzialmente sul livello della Toscana.
C’è poi un dato che contribuisce a spiegare la particolarità del sistema produttivo regionale. Se si considera il valore aggiunto prodotto ogni 100 euro di beni produttivi iscritti in bilancio, l’Umbria raggiunge quota 69,2 euro. Le Marche si fermano a 61, l’Italia a 50,2 e la Toscana a 46,7. Nel 2019 il dato umbro era di 59,7 euro.
Le imprese regionali producono quindi una quantità di valore aggiunto elevata rispetto al valore contabile delle immobilizzazioni materiali e immateriali, come impianti, macchinari, fabbricati e software. Questo indicatore, tuttavia, non misura il rendimento complessivo del capitale e non coincide con l’utile. Un macchinario acquistato molti anni prima, per esempio, può continuare a essere utilizzato a pieno ritmo, ma avere un valore contabile ridotto perché ammortizzato. Il valore aggiunto prodotto rispetto a quel bene risulta così più elevato. Il Roi considera invece il risultato operativo rapportato a un capitale investito più ampio, nel quale rientrano anche altre componenti, come scorte e crediti verso clienti. I due indicatori misurano quindi aspetti differenti dell’attività d’impresa.
Il tema si collega a un’altra analisi, «L’economia umbra e i bilanci delle imprese», presentata il 6 marzo 2026 dalla Camera di Commercio dell’Umbria insieme all’Università degli Studi di Perugia. Il lavoro, guidato dal team composto dal professor Andrea Cardoni, Giuseppe Castellini e Andrea Massarelli, aveva evidenziato un Ebitda margin dell’8% per le imprese umbre, contro il 9,4% delle Marche e il 9,6% della Toscana.
L’Ebitda margin misura la quota di ricavi che resta dopo i costi operativi ordinari, prima di ammortamenti, interessi e imposte. Non è direttamente confrontabile con il Roi e i due studi utilizzano campioni e indicatori differenti. I risultati, letti insieme, pongono però una questione: l’Umbria produce valore in rapporto ai beni produttivi, ma mostra una capacità inferiore di trasformarlo in margini e rendimento del capitale.
Anche la composizione della produzione contribuisce a definire il quadro. Nel rapporto di marzo il commercio rappresentava il 37,5% del valore della produzione umbra, contro il 30,1% delle Marche e il 24,2% della Toscana.
Un’ulteriore differenza riguarda gli investimenti immateriali. Le immobilizzazioni immateriali, che comprendono software, brevetti e licenze, rappresentano l’11,5% dei beni produttivi contabilizzati dalle società umbre. La quota sale al 23,2% nella media italiana, al 25,1% nelle Marche e al 30,5% in Toscana. Il dato non misura tutta l’innovazione presente nelle imprese, ma evidenzia una diversa composizione del capitale contabilizzato.


