Vincenzo Paglia, vescovo di Terni

di Iv. Por.

No a una riforma degli enti locali «insufficiente e incoerente» ma nemmeno strenua difesa dello status quo. Chi si aspettava un Vincenzo Paglia fiero paladino della Provincia di Terni come istituzione è rimasto deluso. Nel suo discorso di apertura del consiglio provinciale e comunale aperto del 29 agosto dedicato a “Soppressione della Provincia di Terni, analisi e prospettive”, il vescovo difende la sua comunità umana e di anime e il futuro di una comunità più giusta va oltre gli schemi di governo. E invita a guardare

Manovra bocciata Il vescovo esordisce bocciando la soppressione degli enti locali come «insufficiente e non coerente con l’obiettivo che intende perseguire. Il paese è in un momento difficilissimo e scelte dolorose sono necessarie. Queste scelte debbono però riguardare tutti e non possono essere ristrette a pochi con metodi irragionevoli e forse anche di incerta compatibilità con le regole costituzionali». Paglia precisa di parlare non da politico ternano, cioè legato a un territorio «politico», ma «spirituale». «Io sono Vescovo di Terni Narni Amelia, cioè di quella porzione del popolo di Dio che è in Terni Narni Amelia», dice. Dal pulpito della Chiesa, quindi libero da «vincoli di mandato», Paglia tende l’orecchio al suo popolo sottolineando che «tra la Chiesa e la città c’è infatti distinzione, una distinzione importante a salvaguardia della libertà religiosa, delle libertà della persona e dei limiti del potere politico», anche se «c’è anche un’intimità per cui l’una è interna all’altra, le preoccupazioni delle città, delle comunità, le loro ansie e speranze sono le ansie e le speranze della Chiesa».

Gli alibi sono finiti Il presule, parlando a nome dei cristiani, si dice preoccupato per quanto avviene nelle città «senza supremazie o distinzioni tra ruoli centrali e ruoli periferici. Quando si parla di bene comune – dice – siamo tutti centrali». E rilancia una «visione poliarchica» della città, senza un potere dominate, come da tradizione del pensiero cattolico.  Un contesto in cui il cittadino deve riappropriarsi del proprio protagonismo. «Non abbiamo più uno Stato che garantisce la Provincia. Non abbiamo più uno Stato che crea sviluppo e posti di lavoro. Non abbiamo più uno Stato che ci assicura contro la povertà. E non possiamo neppure sostituire la Regione allo Stato, non è questo il federalismo che può far crescere l’autonomia e la responsabilità delle nostre città. In altre parole non abbiamo più alibi».

No al ripiegamento Per Paglia «non dobbiamo chiedere garanzie ad altri ma chiedere a noi stessi di impegnarci di più, di lavorare di più e meglio, di avere più cura e di dedicare più tempo a chi resta indietro. Abbiamo cioè di fronte una responsabilità tutta nostra: una responsabilità comune per il futuro che ci deve aiutare a contrastare il ripiegamento che rischia di attanagliarci e, accanto al ripiegamento, la tentazione di sostituire la rivendicazione alla laboriosità». I pilastri per il futuro del territorio sono invece «impegno per la crescita, capacità di far fronte alle urgenze del tempo presente, liberazione dei talenti locali, ricerca di una responsabile autonomia».

La stoccata «Su questi pilastri – dice Paglia – possiamo edificare una nuova fase della vita della città, una fase “costituente”, una fase capace di porre nella giusta prospettiva anche le questioni dei rapporti tra i diversi livelli territoriali di esercizio del potere politico. Si tratta, volendo usare un’immagine, di sottoporre la città come ad una torsione nella quale lo sforzo deve concentrarsi nel restituire centralità a tutte le sfere sociali, nel lasciare che il protagonismo di tutti costruisca il futuro». Il problema quindi non è Provincia sì o Provincia no perché «non si possono difendere forti livelli di governo dove le altre sfere sociali sono deboli, avvilite, dipendenti e non autonome, fiacche e non vigorose, dove c’è cooptazione e non sana competizione».

Come fare? Per il vescovo «questo territorio deve saper guardare in ogni direzione, deve saper stringere alleanze senza preclusioni che non hanno più ragione di essere coltivate, e senza fedeltà che spesso non sono che il frutto di convenienze di breve periodo o di sudditanze non più giustificate. Il momento nazionale e internazionale di crisi può tramutarsi in una grande opportunità. Le risorse per privilegiare le garanzie e le rivendicazioni a scapito della responsabilità e dell’autonomia sono esaurite.Non si potrà più compensare il consenso a scapito dell’autonomia e della responsabilità».

Questione Terni più larga dei confini Paglia ricorda quindi come da anni si è andata cristallizzando una “questione Terni” tuttora irrisolta e allora «il dibattito sui livelli di governo è strumentale alla soluzione di questo nodo e in tanto è importante e merita attenzione in quanto riesce a rispondere ai diversi aspetti di questo nodo». «La “questione Terni” – secondo il vescovo – è una questione più larga dei suoi confini geografici e dei problemi dei suoi livelli di governo. Come diceva una delle relazioni del convegno del 14 giugno siamo “troppo piccoli per contare e troppo soli per competere. Terni, Narni e tutto il nostro territorio hanno bisogno di fare sistema con alcuni dei territori contigui. Con lucidità e spregiudicatezza. Vale la pena di abbandonare per sempre i vecchi miti. Da quello della piccola dimensione come culla del buon vivere a quello della “città regione”, mito dirigista e centralista. Occorre liberarsi degli accordi imposti gerarchicamente e procedere ad un rimescolamento dal basso”. Credo che questa analisi sia ancora attuale e debba guidarci anche di fronte alle questioni di attualità. L’irragionevolezza delle decisioni che stiamo affrontando in queste settimane non cancella le nostre responsabilità».

Non possiamo solo difendere l’oggi Paglia conclude dicendo che «non possiamo quindi ritrovarci solo per difendere il passato o quello che c’è oggi: dobbiamo orientare il nostro sguardo al futuro e inventare soluzioni nuove. Riconoscere e dare il giusto peso alle nostre potenzialità è un impegno che riguarda prima di tutto noi stessi: riconoscersi è il primo passo per progettare il futuro. E’ questa la sfida che è dinanzi a noi».

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