di Marco Torricelli
Chiuso. Quando il senatore Stefano Lucidi (M5S) è arrivato al portone dell’Isrim, venerdì mattina, lo ha trovato chiuso. Suona che ti risuona al campanello, ma niente: non rispondeva nessuno. Frenetica serie di telefonate e poi, alla fine, è riuscito ad entrare e ad incontrare le due ricercatrici che gli volevano raccontare come stanno le cose.
Le ricercatrici Annarita Cicalini e Caterina Costa, le due ricercatrici dell’Isrim, parlano di una «situazione difficile, anche perché effettivamente la richiesta di servizi è diminuita, ma questo calo è stato determinato soprattutto dall’uso della cassa integrazione e poi dei contratti di solidarietà: se il personale non c’è, non puoi certo dare delle risposte a chi te le chiede e va a finire che i possibili clienti si rivolgono altrove».
Liquidazione E così va a finire che un centro di ricerca di assoluta avanguardia rischia seriamente di finire il liquidazione: «La verità – attaccano le ricercatrici – è che la Regione non ha nessun interesse nei nostri confronti». Ma un personaggio importante dell’Istituto, sottovoce, invece dice che «una soluzione si trova, perché nessuno ha interesse a far morire questa realtà. Non ci sarà nessuna liquidazione, ma al limite una ricalibratura degli impegni». Tradotto in altri termini significa che, intanto, ridurranno il numero dei ricercatori, cominciando da quelli ‘temporanei’ e dei così detti ‘centri di costo’: «Non sarà facile – dicono amaramente Cicalini e Costa – dal momento che l’inverno scorso il riscaldamento già andava solo per mezza giornata e siamo senza aria condizionata in estate».
Lucidi Il senatore ha chiesto chiarimenti e informazioni aggiuntive: «Noi – ha poi detto alle due ricercatrici – metteremo la nostra voce a vostra disposizione, in campo locale, ma anche nazionale, perché riteniamo ingiustificabile che si disperda questo patrimonio di conoscenza, soprattutto per un territorio come questo, che proprio dalla ricerca dovrebbe partire per cercare di trarsi fuori da una situazione drammatica».
Tallarico Sulla vicenda interviene anche il capogruppo di Progetto Terni-Cittaperta in consiglio comunale, David Tallarico, che parla di «posti di lavoro, milioni di euro investiti dai soci pubblici nell’ultimo ventennio, eccellenze in termini di ricercatori e tecnologie applicate ai materiali speciali, cancellati in un sol colpo nell’ottica della spending review fatta soprattutto dalla Regione dell’Umbria socio di maggioranza relativa, in compagnia del Comune di Terni, della Provincia di Terni e di Sviluppumbria». Al sindaco Di Girolamo chiediamo – dice Tallarico – di intervenire con forza imponendo alla Regione uno stop, perché non dobbiamo consentire la distruzione dell’Isrim parte fondamentale del sistema di ricerca».
Umbria Mobilità Il Movimento 5 Stelle, va all’attacco anche sul tema relativo ad Umbria Mobilità: «Il sindaco di Terni non svenda le proprie quote o altrimenti ci metta la faccia e spieghi ai cittadini ternani per quale motivo perderanno la loro azienda di trasporti pubblici». La vecchia azienda di trasporti Atc, «un’azienda che sostanzialmente funzionava – ricorda il M5S – è stata gettata nel calderone di Umbria Mobilità e nella sua gestione fallimentare. La politica ed i manager strapagati hanno raggiunto una grande vittoria cioè quella di svendere un bene comune per far fare cassa ad un’azienda privata».
L’ambiente Più volte, denuncia il Movimento 5 Stelle, «figure tecniche vicine alla maggioranza ed esponenti politici della stessa hanno citato lo studio effettuato nel 2005 dall’ffficio ambiente della Provincia di Terni che evidenziò come il 52,9% del particolato immesso in atmosfera giornalmente nella nostra città fosse dovuto al traffico; questo risulta dunque un motivo in più per chiedere al sindaco di spiegarci come intenderà affrontare tali criticità ambientali senza un’azienda di trasporti pubblica che risponda ad una volontà politica piuttosto che ad interessi privati. Svendere Umbria Mobilità significa anche gettare la spugna nella lotta contro le emissioni inquinanti».
