di Daniele Bovi
L’impresa non è disperata, ma di certo è molto molto difficile e il cammino minato e tortuoso. Dopo le vacanze estive è ripreso martedì mattina il lavoro della giunta regionale e, sul tavolo al primo piano di palazzo Donini, c’è subito il dossier bollente che riguarda il riordino delle Province, varato dal governo nell’ambito del decreto sulla cosiddetta spending review. La sensazione complessiva della giunta in merito al tentativo di salvataggio della Provincia di Terni è quella descritta in apertura. L’esecutivo guidato dalla presidente Catiuscia Marini fa quadrato e si compatta intorno a una posizione: quella che ribadisce il no secco ad un’Umbria «monoprovinciale» e che punta a un «riordino complessivo del sistema endoregionale umbro». Una proposta va fatta al governo entro gli ultimi giorni di ottobre; una proposta che dovrà essere la sintesi comune di istituzioni e comunità regionale e sulla quale vanno coinvolte le autonomie locali. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi visto che le resistenze ci sono eccome, a partire da quei Comuni (vedi Todi ad esempio) che di passare in Provincia di Terni non hanno alcuna intenzione.
Mercoledì si riunisce il Cal Il Cal, ovvero il Consiglio delle autonomie locali guidato dal sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo, tornerà a riunirsi domani alle 15.30 per discutere della questione Province (oltre che della legge regionale che sopprime gli Ati). Dopo questo giro d’orizzonte, entro settembre andrà formulata una proposta complessiva da far votare prima al Cal e poi, qualche settimana dopo, al Consiglio regionale. Il riordino poi andrà sottoposto al Governo. I tempi sono stretti e la partita, a norma di legge, si deve chiudere entro ottobre mentre entro la fine dell’anno il governo Monti darà il via libera alle proposte che arriveranno. «E’ una partita – hanno detto la presidente e l’assessore alle Riforme istituzionali Gianluca Rossi – in cui si gioca il destino dell’Umbria». E le regole sono rigide. Come noto vanno rispettati due criteri: una Provincia deve avere almeno 350 mila abitanti ed estendersi su non meno di 3.500 chilometri quadrati. A Terni mancano 116 mila abitanti e 378 chilometri quadrati. Da qui la necessità di spostare alcuni Comuni sulla cartina geografica.
Tentativo complicato Nella riunione di giunta è emersa tutta la delicatezza del tema, con un esecutivo conscio della difficoltà del percorso connessa anche ai consensi, tutti da guadagnare, sui territori oggetto di riordino. Di mezzo ci sono la storia e le tradizioni delle zone dell’Umbria. Un tentativo di salvataggio, estremamente complicato, secondo l’esecutivo va comunque fatto. E non tanto per salvare la Provincia che, dopo la cura Monti, sarà poco più di una scatola vuota: un ente con meno competenze (entro il 5 settembre un decreto dovrà indicare con chiarezza le funzioni da trasferire ai Comuni) e che perderà il suo livello elettivo. In pratica, come dice un membro dell’esecutivo, una grande Unione dei Comuni come quelle disegnate dalla riforma endoregionale di palazzo Donini. Ma a quel punto con due maxi-Unioni che se ne farà l’Umbria delle altre, più piccole, volute dal testo di legge? Il salvataggio di palazzo Bazzani è di grande importanza per il territorio perché dicendo addio alla Provincia si dice addio anche a tutte le articolazioni dello Stato organizzate su base provinciale: dalla Camera di commercio, ad esempio, fino a prefettura e questura. Il rischio è quello di un intero territorio che ne uscirebbe declassato e indebolito «con effetti evidenti – dicono Marini e Rossi – sui cittadini e sulle imprese».

