Umbria24 in vista delle elezioni amministrative di Terni ha proposto agli otto candidato sindaco cinque domande sul futuro della città. Le interviste saranno pubblicate progressivamente sullo Speciali Elezioni.
di Marta Rosati e Massimo Colonna
Alessandro Gentiletti, avvocato 35enne, già presidente di Terni valley, è il candidato sindaco di Senso civico, il progetto elettorale nato dal confronto con le esperienze di sinistra e centrosinistra che ha trovato l’appoggio di Liberi e uguali.
Se dovesse essere il prossimo sindaco di Terni quali misure adotterebbe nei primi cento giorni di governo?
In tutta onestà ho una certa difficoltà a rispondere a una domanda del genere, poiché penso che la città di Terni abbia bisogno di tutto fuorché di perseguire la strada del “velocismo politico”, fatta di interventi rapidi presentati come risolutivi, ma che in realtà servono solo a mettere in vetrina una qualche dichiarazione di intenti che non sia ha la minima intenzione di perseguire sul serio. La fretta raramente coincide con la buona politica e l’ossessione per la velocità delle decisioni non ha mai portato nulla di buono, soprattutto a sinistra. Mi pare che la recente esperienza fallimentare del renzismo ne offra una testimonianza piuttosto evidente. Io, al contrario, credo che un buon governo si possa misurare solo nel tempo, mostrando nella durata una continuità di indirizzo, determinazione nel perseguire i programmi e coerenza, più che concentrarsi sulla vetrina dei primi mesi amministrativi. Anche perché la prima delle urgenze mi pare che sia quella di restituire e ricostruire un senso alla nostra città. Un lavoro lungo, che richiede inevitabilmente costanza e tempo. Forse anche molto. Personalmente, non ricordo di aver mai visto la mia città così depressa prima d’ora. Serrande abbassate, quartieri un tempo pulsanti di vita ridotti alla desolazione, mentre i giovani di quella che è statisticamente la generazione più istruita della storia d’Italia scappano portandosi via la voglia di cambiare insieme alle proprie capacità. Le ferite inferte al tessuto sociale cittadino dalla crisi, in controtendenza rispetto a quanto accade nel resto dell’Umbria, non si sono cicatrizzate affatto. Al contrario, sono ancora aperte e copiosamente sanguinanti. Porvi rimedio non solo non è facile, ma richiede prima di tutto il ripristino di buone pratiche di condivisione e ascolto reciproco tra tutti i settori della società: imprese private e pubbliche, banche e fondazioni, parti sociali, fino ai comitati dei cittadini, che in questi anni difficili sono forse stati una delle pochissime esperienze politiche in grado di attivare connessioni civiche positive e propositive. Tutto ciò ha poco a che fare con i tempi contingentati della politica urlata. La situazione che andiamo a ereditare è estremamente ingarbugliata e complicata che pensare di indicare due-tre mosse risolutive, oltre che segno di scarsa lucidità, sarebbe davvero poco credibile. Ad ogni modo, come biglietto di visita sceglierei di partire dando il via immediato alla realizzazione dello studio epidemiologico sulla città di Terni, promesso a più riprese e mai realizzato, e dall’abolizione della pratica del massimo ribasso da tutti gli appalti comunali. Una modalità indegna, come mostra la questione delle esternalizzazioni del Comune di Terni, dove vi sono addirittura famiglie costrette a vivere in situazioni di indigenza con poche decine di euro al mese pur lavorando. Un Comune che non mette in campo tutti gli strumenti possibili per tutelare la salute dei propri cittadini e getta le vite dei lavoratori sotto la soglia di povertà e nel precariato selvaggio, come visto purtroppo finora, offende la dignità dei propri cittadini. Io partirei da qui.
Il suo mandato sarà caratterizzato dalla convivenza coi commissari per il bilancio. Quanto questo condizionerà il suo lavoro?
Difficile fare delle previsioni. Di certo la supervisione dei commissari influenzerà ogni azione amministrativa, ma non bisogna pensare che la prossima amministrazione avrà le mani legate e non potrà fare nulla. Ci sarà di certo meno libertà di spesa, ma il fatto di avere a disposizione risorse ulteriormente limitate significherà anche che sarà fondamentale capire dove concentrare la spesa. Ogni atto amministrativo sarà ancora più squisitamente politico, e chiunque dovrà si troverà ad amministrare la città dovrà gioco forza tagliare i rami secchi, le spese improduttive e qualche clientela sedimentata negli anni e nei decenni. Io, da questo punto di vista, non vedo affatto male la convivenza con i commissari. Anche perché ci sono esperienze amministrative di Comuni in dissesto che stanno vivendo stagioni politiche straordinarie. Penso ad esempio alla Napoli di De Magistris, dove la coesistenza con i commissari non ha impedito al Sindaco di trasformare una metropoli difficilissima in un laboratorio innovativo di sperimentazioni e di buone pratiche. Dalla delibera sulla pace a quella sull’acqua pubblica, fino alla più recente sugli spazi occupati sottratti alla speculazione edilizia e trasformati in laboratori che producono socialità e cultura, dove si è realizzato anche un virtuoso coinvolgimento di fondazioni bancarie nella ristrutturazioni di immobili che si stanno trasformando da simboli del degrado in incubatori di vita sociale. Se c’è un esempio di amministrazione a cui guardare con estremo interesse per me è quello, e si tratta di un Comune in dissesto come il nostro.
Da diversi anni ormai Terni attende una svolta per la fontana di piazza Tacito, il teatro Verdi e il parco Cardeto, solo per citarne alcune. Come pensa di affrontare le sfide per il restyling di queste opere pubbliche?
Sono tutte opere importanti per più aspetti, a partire dal livello simbolico. Proprio giorni fa il noto psicanalista Massimo Recalcati teneva una lezione pubblica in tv sull’importanza dei segni per la nostra specie, dicendo che l’uomo non si nutre di solo pane e latte, ma anche di segni e simboli. E contrariamente a quanto si pensi, entrambi i livelli – pane e segni – sono di primaria importanza. Mi sembrano riflessioni che ben si prestano a questi monumenti cittadini, il cui stato di abbandono sospeso in una specie di limbo, avvolto da nubi che oscurano una situazione che al contrario dovrebbe essere chiarissima, ben raffigura la situazione complessiva della città. Restituirli alla comunità è un segno estremamente importante, per questo non va affatto sottovalutato. Io comincerei con l’evitare come la peste, anche qui, le smanie velociste del tutto e subito, che finora hanno portato alla proliferazione di progetti senza capo né coda, inattuabili o discordanti, fino ad arrivare alla situazione che conosciamo, ovvero al nulla di fatto. Prima di tutto bisognerebbe definire l’identità di ciascuno di quei luoghi, tranne forse che per la fontana, opera di autori importanti e simbolo dell’importanza delle acque per la nascita e lo sviluppo economico della nostra città. A quali criteri di utilità pubblica deve corrispondere il principale teatro cittadino di una città di 110.000 abitanti? Ha ancora senso farne un cinema-teatro? Deve poter ospitare anche eventi musicali concertistici, visto che non esistono locali al chiuso dove poter invitare artisti internazionali dal seguito importante? Stesso discorso per Cardeto: può ancora essere il posto dove andare a vedere i pavoni o un moderno parco cittadino oggi dovrebbe essere ben altro? Ovviamente il compito di definire l’identità di un luogo ce lo deve avere la politica, non può essere delegato a non si sa bene chi, come si è fatto finora. E ciò comporterà ovviamente lo scontento di alcuni, ma è normale. Anche il Centre Pompidou di Parigi quando fu progettato e realizzato incontrò molti detrattori, però è uno dei musei più visitati e ammirati al mondo, con buona pace di tutti. Quando la politica non rinuncia ad avere una visione di lungo respiro si potrà certamente correre il rischio di essere divisivi, ma mai di muoversi a caso. Una volta chiaro il ‘significato’ di ciascuno di questi luoghi, va subito realizzato un concorso di idee per individuare il progetto più adatto e dargli immediatamente corso. Ben venga, da questo punto di vista, la disponibilità di soggetti economici del territorio come la Fondazione Carit nel mettere a disposizione parte delle risorse necessarie. In tempi di dissesto ce ne sarà senz’altro bisogno.
Terni storicamente vede il suo sostentamento legato alla Tk Ast, che però oltre a rappresentare posti di lavoro come noto solleva anche questioni ambientali. Cosa propone per contenere la presenza di inquinanti nell’acqua, nell’atmosfera e nel sottosuolo?
La Tk-Ast, e in generale tutte le aziende del settore manifatturiero, rappresentano una risorsa di enorme valore per Terni che vanno tutelate, rafforzate e modernizzate. Ad oggi, è impensabile intraprendere un percorso di sviluppo locale che prescinda da questo tessuto industriale. D’altra parte, il binomio ambiente-lavoro trova in questa città una forte contraddizione che va mitigata. Nello specifico caso del polo siderurgico, è fondamentale progettare un percorso ambientale ad impatto ridotto, che faccia attenzione non solo alle polveri sottili ma anche alle polveri diffuse, che rappresentano una sostanziosa fonte di inquinamento come esposto dai recenti rapporti Arpa. Inoltre, è necessario portare a termine processi di bonifica iniziati ma mai completati: basti pensare che il Sito di Interesse Nazionale (Sin) di Papigno è stato perimetrato nel 2002. Credo che l’Area di Crisi Complessa possa essere la chiave giusta per sbloccare queste ed altre questioni.
Università, Lavoro, territorio. Qual è la ricetta per fermare il fenomeno della disoccupazione giovanile?
La creazione di posti di lavoro. Io penso che la nostra città abbia un’occasione da non perdere nel riconoscimento di area di crisi complessa. Risorse disponibili, al servizio di progetti innovativi sul profilo ambientale e dell’innovazione, in grado di produrre posti di lavoro di qualità. Ora arriverà la prova del nove e ci sarà modo di capire se il problema è solo di risorse – che a questo punto ci sono – o anche di mancanza di idee e progettualità nel tessuto di imprese locali, spesso troppo sedimentate in un business as usual che non funziona più e ha urgente bisogno di intraprendere nuove strade. Le risorse economiche connesse all’area di crisi potrebbero infatti rappresentare uno stimolo fondamentale verso la ricostruzione di connessioni strutturali tra il mondo della formazione, universitaria sicuramente, ma anche tecnico-superiore e scientifica, e il lavoro, mettendo a sistema progettualità innovative in grado di invertire la rotta recessiva su cui siamo imbarcati, portando a progetti di sviluppo con ricadute occupazionali positive. Pochi giorni fa ero ad ascoltare Rossano Ercolini, uno dei massimi esperti di gestione dei rifiuti, invitato a Terni dal Comitato No Inceneritori. Parlava di come le aziende del Distretto Cartario di Lucca stiano investendo in un progetto di recupero dello scarto delle cartiere, dal cui esito dipende non solo un sensibile miglioramento ambientale e culturale – l’ingresso nel paradigma dell’economia circolare e l’uscita dall’idea che vi debbano essere oggetti prodotti per essere rifiuti – ma anche occupazionale. Ecco un caso di innovazione che crea occupazione, ma ne potremmo avere anche noi. Tutto sta ad azionare i processi, specie da parte di attori pubblici come Asm, il cui ruolo se opportunamente giocato sarebbe determinante. Tuttavia, quando pensiamo al vasto mondo delle start up dovremmo mettere l’accento anche sullo straordinario territorio che abitiamo, sui suoi prodotti tipici che fanno letteralmente invidia al mondo e su tutta la partita dei finanziamenti europei destinati alle aree agricole, incredibilmente sottoutilizzati. Possibile che non si riesca a realizzare progetti organici in grado di reperire le risorse mese a disposizione anche dalla Ue e valorizzare le specifiche vocazioni della nostra area? Eppure vi sono imprese che coraggiosamente hanno deciso di puntare su questo, anche con buoni risultati, ma sono lasciate sole. Penso ad esempio ad alcune ricerche che in Valnerina hanno permesso di riscoprire antichi agrumi legandoli alla produzione di birre artigianali di ottima fattura, o alla produzione olearia, a quella cerealicola e all’allevamento. Vi sono antiche razze ovo-caprine lì che meriterebbero non solo tutela, ma sviluppo, mentre l’unico progetto pubblico di tutela della trota Fario autoctona della Valnerina, quello della Provincia, è naufragato nel nulla. Finora non si è mai messo a sistema nulla di tutto ciò. Nessuna istituzione si è mai preoccupata di ragionare dell’utilizzo sistematico di risorse comunitarie che pure esistono, con una macchina burocratica amministrativa che viaggia in una dimensione tutta sua, sconnessa dal tessuto economico reale portando a questi risultati. Questi ambiti sono terreni praticamente inesplorati, che se opportunamente connessi con il mondo della formazione, ad esempio con gli istituti di agraria come quello di Sant’Anatolia di Narco, potrebbero portare enormi benefici in termini occupazionali e di sviluppo del territorio. Quando si parla di industria innovativa non bisogna pensare solo alle ciminiere. Anche questa è industria, o almeno potrebbe esserlo. Per questo occorre sfruttare tutte le risorse che ci sono e dedicare spazio politico alla realizzazione di progetti seri e integrati. C’è poi da ragionare su investimenti anticiclici come quelli edilizi. Da quando le istituzioni locali hanno scelleratamente deliberato la regionalizzazione di enti come l’Ater molte piccole imprese che lavoravano nel campo dell’edilizia con commissioni pubbliche sono fallite, con pesanti ricadute negative sul saldo occupazionale, e si è persa gradualmente la consapevolezza di poter utilizzare la politica anche per incidere sul disegno della città. Sarebbe invece opportuno un censimento delle unità commerciali e abitative di proprietà della Regione e del Comune pensando a un vasto programma di recupero. Anche qui, considerato il dissesto, serviranno risorse, e su questo punto credo che i soggetti più responsabili, come la Fondazione Carit, dovrebbero considerare l’idea di fare la loro parte, come già hanno dimostrato di saper fare in occasioni di importanti eventi culturali.
