di Daniele Bovi
Prosegue con il professor Mariano Sartore, docente di Tecnica e pianificazione urbanistica all’Università degli studi di Perugia, la serie di interviste in vista delle regionali del 27 ottobre. Con Sartore Umbria24 affronta in particolare due temi cruciali per la regione: i trasporti e l’urbanistica.
Quali sono le principali sfide che la nuova giunta regionale si troverà davanti riguardo a due dossier centrali come trasporti e urbanistica?
«Di urgenze ce ne sono tantissime, e credo che sia difficile riuscire a tamponarle tutte. La situazione sta esplodendo da tutti i punti di vista, e dato che i fondi a disposizione sono meno, serve una razionalizzazione. Ma con quale logica? Come viene approcciato il tema? Non bisogna rincorrere e tamponare alla meno peggio ma ridefinire tutto in modo complessivo: è ciò che è mancato negli ultimi decenni».
Si spieghi meglio.
«Penso a forme di pianificazione che tengano insieme le politiche per i trasporti e quelle urbanistiche. L’Emilia Romagna è stato il primo caso di un piano attraverso il quale si può incidere contemporaneamente sui trasporti e sulle politiche urbanistiche».
Quindi anche all’Umbria serve un approccio che tenga insieme queste due dimensioni in modo strategico.
«Certo. Non puoi fare politiche dei trasporti se non fai anche politiche urbanistiche. Chiediamoci quali sono i problemi: uno dei principali è l’abbandono di larghe parti di territorio, che progressivamente subiscono lo spopolamento; forse ormai i due terzi dell’Umbria sono disabitati. L’armatura urbana si sta spappolando e il policentrismo umbro non esiste più: le uniche realtà che crescono sono Perugia, che lo sta facendo fagocitando un po’ di quello che le sta intorno, Terni e Foligno».
Quali zone sono in particolare sofferenza?
«Tutti i centri medi sono in declino demografico, e questo va avanti da anni. Come si pensa di recuperare alcune aree interne, dalla Valnerina ai monti Martani fino al sud e al nord del Trasimeno e all’arco appenninico? Per sostenere gli investimenti serve un’armatura urbana. Qual è la prospettiva? Si rilancia questa armatura intermedia o continuiamo a portare avanti politiche sull’accessibilità dall’esterno e sul facilitare quella a Perugia? Serve un ripensamento totale. Tra l’altro pensiamo ancora a opere faraoniche, mai realizzate».
Come valuta i piani della Regione per le aree interne? Hanno funzionato?
«Non mi sembra, visto che il declino continua. Tra l’altro, ripensando alla ricostruzione post terremoto del 1997, questa non ha portato a un ripopolamento di quelle zone».
Quali sono le possibili idee per un piano integrato?
«In primis occorre una visione, un approccio al Tpl coerente con le politiche territoriali, un po’ meno sensibile a quelle proposte da chi ha un approccio settoriale e solo trasportistico. Altra questione: bisogna capire che vanno benissimo i collegamenti rapidi, ma la congestione di molte zone dell’Umbria, impensabile per una regione così piccola, non deriva da questo. Se vuoi risolvere o almeno mitigare questo problema bisogna ripensare il Tpl».
Quali sono i problemi principali per il trasporto pubblico dell’Umbria? E come potrebbe essere ripensato?
«Già 30 anni fa c’erano tutte le precondizioni per pensare alla trasformazione del sistema ferroviario regionale in una sorta di metropolitana leggera, partendo dalle infrastrutture che ci sono. Si potrebbe pensare a un servizio metropolitano regionale: guardiamo per esempio a Perugia, dove arrivano tutte e quattro le direttrici principali. Poi ci sono idee tardive tipo il Bus rapid transit che si vorrebbe fare a Perugia: idee anacronistiche e tecnicamente non fattibili in certi casi. Il Brt è un sistema che fu creato come un surrogato del ferro dove non c’erano soldi per la ferrovia».
Perché a Perugia non funzionerebbe?
«Il Brt serve laddove devi dare vita a un Tpl con buone capacità di carico e non puoi permetterti le ferrovie; in più serve una viabilità dedicata: dove le abbiamo le
tratte – a parte alcune – per creare un percorso interamente dedicato? Non si può inseguire la domanda, magari affidandosi a bacchette magiche: servono politiche serie a partire dal materiale che c’è. Puntiamo a all’innovazione che, teoricamente, dovrebbe risolvere tutti i problemi mentre non facciamo interventi strutturali. A Perugia c’è un rapporto 1:1 tra strade e tetti: è folle; strade fatte nel corso dei decenni con una logica incrementale, andando avanti per pezzi ed espansioni, e non sono gerarchizzate. Il risultato? Una mole enorme di asfalto con grandi problemi di manutenzione; quest’ultimo, peraltro, potrebbe essere recuperato ad altri usi».
Parliamo dell’aeroporto. L’Accademia del volo sembra un progetto solido e importante, ma di sicuro non risolve i problemi del San Francesco. La giunta come dovrebbe affrontare il dossier dello scalo umbro?
«L’Accademia sarà sicuramente utile per dare una destinazione a quello che già c’è. La Cosa migliore è recuperare il Piano nazionale degli aeroporti, in cui si diceva che quelli sotto il milione di passeggeri non stanno in piedi; per loro non c’è spazio. La domanda è: perché dobbiamo avere l’aeroporto? Per portare i turisti o per permettere agli umbri, per lavoro o per turismo, di esplorare il mondo? Vogliamo passare dai 250 mila passeggeri ai 400-500 mila? Sarebbe comunque sempre la metà del minimo fissato dal Piano; oppure vogliamo avere accesso ai 15-18 milioni di persone, con tutte le opportunità del caso, servite dagli aeroporti di Firenze, Bologna e Pisa? In quest’ultimo caso tra l’altro sono quasi tutti stranieri, con una quota da intercettare se ci fosse un servizio pubblico efficiente, e col ferro c’è questa possibilità. Non c’è ragione per mantenere il San Francesco: è troppo piccolo e dispendioso, a quel punto meglio lavorare sui collegamenti verso Ancona, stradali e ferroviari».
Senza dimenticare che, una volta terminata la riqualificazione della ex Fcu, Roma e i suoi aeroporti saranno ancora più vicini.
«Certo. Mi sembra che in tutto il dibattito non venga mai presa in considerazione questa possibilità del ferro, che è da valutare; c’è sempre una territorializzazione dell’approccio. Che importanza ha avere uno o due voli in più al giorno quando se avessi un treno per arrivare a Bologna o Firenze in tempi congrui avrei un volo ogni 10 minuti per una quantità infinita di mete? Per non parlare di Roma, intorno alla quale gravita già buona parte del sud dell’Umbria».
In campagna elettorale si parla spesso della nuova fase di programmazione dei Fondi UE 2021-2027, che di fatto rappresentano le ‘munizioni’ economiche più importanti in mano alla Regione. Come andrebbero indirizzate? Su quali progetti strategici?
«Mi permetta un paradosso: forse faranno danni, perché vivremo con la preoccupazione di spendere tutto, che è già un gran risultato per carità. Il paradosso sta nel fatto che forse con meno soldi si tirerebbero fuori più idee. Ci sono molte spese in assenza di un quadro di riferimento. Guardiamo per esempio il caso delle piattaforme logistiche: chi misura i risultati degli investimenti fatti negli ultimi 10 anni? Nel corso del tempo sono state sprecate molte opportunità: i Pums, cioè i Piani urbani della mobilità sostenibile, lo erano, ma in molti casi ci si è limitati a fare delle piste ciclabili; oppure le smart cities: certi problemi non li risolvi col wifi o con le app. Qual è la direzione da prendere?».
Twitter @DanieleBovi
