di Daniele Bovi
Niente loden, niente larghe intese. Al Pdl che ha abbandonato l’ufficio di presidenza prima, l’aula consiliare poi e infine tutte le commissioni, interessa «un bipolarismo moderato e maturo – spiega Raffaele Nevi nel corso della conferenza stampa convocata giovedì mattina da tutto il gruppo consiliare -: vogliamo un riconoscimento reciproco. Chiediamo di collaborare su riforme vere, se le facciamo serie ci siamo e le votiamo». Il giorno dopo la bagarre di palazzo Cesaroni il Pdl torna così sullo strappo di mercoledì attaccando il centrosinistra e al contempo cercando di rammendare, dando un’idea di compattezza anche visiva, il tessuto del gruppo consiliare.
IL CENTROSINISTRA ACCUSA L’OPPOSIZIONE. ANCORA MALUMORI CON L’IDV
Le tensioni Gruppo attraversato da tensioni che si sono appalesate nell’aula dove, secondo quanto riferito mercoledì da almeno uno dei consiglieri, se Lignani e De Sio si fossero ricandidati all’ufficio di presidenza non avrebbero portato a casa il voto compatto di tutto il Pdl. Ma Nevi smentisce seccamente: «Noi – osserva – siamo compattissimi a differenza del centrosinistra che una linea non ce l’ha. Non è vero che le logiche del congresso sono arrivate qui dentro. Certo, discutiamo e c’è dialettica ma poi arriviamo a decisioni unanimi».
LA BAGARRE IN AULA: IL RACCONTO DELLA GIORNATA
L’ombra di Bracalente Il messaggio più chiaro e diretto alla presidente Catiuscia Marini lo lancia Massimo Mantovani. «La Marini – spiega Mantovani – ci deve dire se vuole fare le riforme secondo le indicazioni che arrivano dall’Europa, dal governo nazionale e da quel modello di “Regione leggera” pensata a suo tempo da Bracalente. Se avrà questo coraggio, noi dall’opposizione siamo disponibili». Esplicito anche Alfredo De Sio: «Qui c’è un problema di rapporti – dice – di stile e di segnali: a latere degli organi istituzionali, e sempre nel massimo della trasparenza, ci deve essere un colloquio dove si deve affrontare il capitolo delle riforme». Quelle riforme «delle quali la Marini – attacca Fiammetta Modena – deve non solo parlare». «A noi – chiude il cerchio Nevi – non interessa vedere come si apre la fase annunciata da Renato Locchi ma come si chiuderà. Il cerino sta in mano a loro: si devono rendere conto che come Schettino stanno portando la barca dell’Umbria contro gli scogli».
Non è l’Aventino Per quanto riguarda l’ufficio di presidenza, la sensazione è che la situazione rimarrà bloccata almeno fino a novembre, quando si dovrà procedere al rinnovo. Dopo il sasso lanciato, il centrodestra aspetta: «Vediamo cosa succede – dice Massimo Monni – da qui a novembre». «Il nostro – spiega poi Nevi – non è un Aventino bensì una rinuncia ad un ruolo di responsabilità. Da oggi il nostro atteggiamento cambia, saremo un’opposizione rigorosissima». Il primo esempio giovedì mattina quando, manuale della guerriglia consiliare alla mano, il Pdl arriva in Seconda commissione, constata l’assenza della maggioranza e a norma di regolamento, dopo 15 minuti, fa saltare la seduta. Una Cambogia: «Ben presto – assicura De Sio – come successo questa mattina avranno seri problemi di tenuta. Non sono autosufficienti».
Non accettiamo lezioni La chiusa sulla giornata di mercoledì tocca ancora al capogruppo Nevi: «Cosa farà l’Italia dei Valori – dice -, che in aula ha fatto mancare i propri voti distinguendosi nettamente sulla questione degli inquisiti seppure non parlando di Riommi, forse perché cadrebbe l’assessore Casciari? Per non parlare di Rifondazione comunista che, tramite il segretario nazionale annuncia l’indisponibilità a prendere il posto vacante della vicepresidenza e poi ci fa sedere il capogruppo Damiano Stufara. E vogliono dare lezioni a noi e ci accusano di non essere coerenti, addirittura dicono che puntavamo ad una poltrona presidenziale ed eravamo pronti all’inciucio. Lo ripeto, il Pdl è indisponibile a una larga coalizione».
Lega e Udc abbandonano le poltrone Oltre al Pdl giovedì hanno rinunciato a tutte le cariche anche Gianluca Cirignoni (Lega Nord, vicepresidente della commissione consiliare di inchiesta sulle infiltrazioni mafiose) e Sandra Monacelli (Udc, vicepresidente del Comitato per la legislazione) che sostiene di voler «aprire un confronto totale e schietto sul significato delle istituzioni e sul loro rispetto» dopo «un vulnus grave che non ha precedenti in 42 anni di storia». Dalla sua invece la camicia verde altotiberina parla di «grave strappo istituzionale».

