Catiuscia Marini

di Daniele Bovi

Mettiamola così: se fosse un sequel, sugli schermi dell’Umbria il produttore, cioè i vertici del Pd regionale, alla fine di marzo vogliono proiettare un film dove cambiano gli attori, i macchinisti e il copione; solo l’interprete principale rimane lo stesso. Il tutto valutando il primo film come un buon successo, di critica e di pubblico. Fuor di metafora, così come previsto da tempo l’assemblea del Pd regionale, che Umbria24 ha trasmesso in diretta streaming (qui è possibile rivederla) lunedì si è stretta intorno a Catiuscia Marini, votando a larga maggioranza l’ordine del giorno del segretario Giacomo Leonelli che la ricandida per un secondo mandato chiedendo, al contempo, una lista «dove almeno il 70% di candidate e candidati sia rinnovato» rispetto al precedente mandato. Innovazione, completa, chiesta anche per la giunta, con l’apertura a possibili «figure esterne», e per il programma, dalle partecipate alla sanità passando per infrastrutture, rifiuti e mondo del lavoro.

Lo scontro E se sulla partita legata al candidato presidente ben pochi scossoni erano attesi, unendo i puntini della decina di interventi finiti sul taccuino del cronista, a venir fuori sono le linee di frattura che corrono dentro il partito, ovvero legge elettorale e candidati consiglieri. La percentuale di rinnovamento promessa da Leonelli infatti, alla fine, potrebbe essere inferiore al 70%. «Se si pensa che il rinnovamento si fa così – attacca il sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci, uno di quelli che ha dato vita all’accordone che ha permesso l’elezione di Leonelli – allora io propongo il 100%». Secondo Bocci fissare paletti numerici non basta: per scegliere servono parametri come «opportunità, compatibilità e rappresentanza. È ingeneroso dimenticare chi ha contribuito a reggere la maggioranza». Mena duro anche il capogruppo in consiglio regionale Renato Locchi: «A proposito di Catiuscia Marini – dice – prefiguriamo un giudizio positivo come se avesse operato in un deserto stellare. Certo che occorre innovazione, ma in 5 anni c’è stato un buon lavoro del gruppo. Servono maggior cautela e profondità».

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Modifiche E così arriva quella che alcuni vedono come una mezza retromarcia del segretario, che inserisce nell’ordine del giorno i criteri indicati sostenendo che chiedere rinnovamento non significa bocciare in toto ciò che c’è stato prima. Il problema è che ora «occorre uno sforzo di rottura con il passato». In teoria, dato che la lista sarà composta da 20 persone, con la ‘regola’ del 70% ci sarebbe spazio solo per sei degli attuali inquilini del palazzo, tre donne e tre uomini, con possibili richieste di deroga (vedi il caso di Eros Brega) che dovrebbero passare dalla tagliola del voto in assemblea, dove servono i due terzi. In fondo alla sala la truppa civatiana, udito l’emendamento decide di astenersi invece che dare semaforo verde e uno di loro commenta così: «Ah Già, te volevamo dà ‘na mano, però così…».

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La discussione Quanto alla legge elettorale invece, Locchi ha ribadito che il collegio unico (che è il vero motivo di scontro) è l’opzione che riscuote più successo dentro il gruppo consiliare e tra gli alleati, mentre uno come il ternano Fabio Paparelli, interprete dei malumori che ci sono nella provincia, spiega che «siamo ancora in tempo per cambiare la legge». Insomma, fermiamoci e riflettiamo bene. In apertura si è parlato della discussione (scarsa secondo Valentino Filippetti e Fabio Pontefice) che c’è stata nei circoli e che è sfociata nel sì al secondo mandato, vincolato però a un forte cambiamento degli interpreti. Leonelli in apertura non fa una vera e propria relazione, rimandando a quanto detto pochi giorni fa, ma chiede di impostare una «campagna in attacco, respingendo la critica del continuismo. Questo non è il secondo tempo della partita, è una partita nuova con interpreti nuovi».

Primarie In merito alle primarie poi, «non basta agitarle, occorre sottoscrivere una candidatura». A essere bocciato così è l’altro ordine del giorno, proposto dal Comitato per le primarie di Nicola Preiti e Francesco Caruso, che chiedevano di abbassare il numero delle firme necessarie per la candidatura (30% dell’assemblea o 15% degli iscritti) e di dare il via alle primarie a prescindere dal candidato. Niente da fare, come spiega il vicesegretario del partito Lorenzo Guerini che interviene per ultimo: «Non si può – ha detto – cambiare il nostro statuto alla bisogna». A proposito delle liste invece Guerini dice che «declinare il rinnovamento con prudenza va bene, ma il titolo va enunciato con nettezza». Insomma, la segreteria nazionale appoggia in pieno la linea Leonelli. Durante la discussione poi, attraverso Bocci, fa capolino il tema della coalizione: «Servono idee e progetti – dice – che non vanno benne per tutte le coalizioni. Dove sono coalizione e programma? Chi c’è oltre i socialisti?».

Marini Tutti gli intervenuti, da Bocci a Locchi fino a Trappolino, Staffa, Filippetti, Giulietti, Guasticchi, Todini e Alessia Dorillo, si schierano con la presidente che nel suo intervento si tiene a distanza da legge elettorale e liste, preferendo concentrarsi sui temi economico-sociali, a partire dal lavoro e dalla vertenza Ast: «Lì – dice – ci giochiamo un pezzo della nostra capacità di governo», in un’Umbria a metà tra «recessione e capacità di rinnovamento» e per la quale «dobbiamo indicare il futuro». La presidente parla di «anni difficili, faticosi e anche emotivamente complessi». Per affrontare i prossimi serviranno in primis «fiducia vera da parte del Pd, che non dovrà essere una delega in bianco, lealtà e solidarietà».

Twitter @DanieleBovi

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