di Daniele Bovi
Inizia con Antonio Alunni, presidente di Confindustria Umbria, la serie di interviste che Umbria24 dedicherà, da qui alle regionali del 27 ottobre, ai protagonisti della vita economica, sociale e culturale della regione. Un’occasione per discutere dei temi e dei problemi che riguardano la vita degli umbri.
Che si chiuda un accordo Pd-M5s o che si vada al voto, a breve l’Italia avrà un nuovo governo: quali saranno i principali temi che Confindustria metterà sul tavolo dell’esecutivo?
«Le nostre richieste sono sempre le stesse, ci sono una serie di temi da affrontare con ordine e operosità: in primis lavoro e crescita, che incrociano il piano nazionale e quello locale. Come Confindustria, in Italia e in Umbria, ci sembra che alcune azioni concrete siano state tardive o prive della necessaria forza in termini di risorse. In questo modo non sono state in grado di produrre effetti positivi. C’è bisogno di fare questo scatto e il motore per avviare un percorso di crescita passa necessariamente per la reindustrializzazione del paese. Siamo ancora tra le più importanti nazioni manifatturiere ma ciò non vale per tutta Italia: ci sono territori forti e altri dove si fa fatica e si arretra: in questi ultimi lo Stato faccia la sua parte».
La legislatura in Umbria si è chiusa in modo molto traumatico e il 27 ottobre si andrà alle urne: cosa chiederanno le imprese umbre alla nuova giunta? Quali sono i più importanti nodi da affrontare?
«Innanzitutto serve una Pubblica amministrazione efficiente, in tutte le sue articolazioni. La diminuzione dei vincoli amministrativi attraverso un sistema della regolamentazione delle attività industriali e di impresa che sia capace di coniugare il rispetto delle regole con bassi costi e tempi amministrativi certi. Questo ha un impatto a tutto tondo sul mondo delle imprese: efficienza vuol dire innovazione, modernizzazione e nuove tecnologie per essere in grado di rispondere prontamente a progetti di investimento. A nostro avviso è possibile fare dell’Umbria un territorio all’avanguardia, anche perché non troppo vasto. La regione può essere un laboratorio nazionale».
E per quanto riguarda lavoro e sviluppo economico?
«In questo caso le leve possibili devono far conto su risorse limitate. Ci sono alcune opportunità grazie ai fondi residui della programmazione europea 2014-2020 e l’occasione straordinaria dei nuovi fondi, quelli del settennio 2021-2027. L’economia è un tema complesso e non c’è un solo fattore che può fare la differenza, ma come elemento centrale la discussione politica deve tenere industria e manifattura che rappresentano la chiave fondamentale di sviluppo per il territorio. Poi ci sono le infrastrutture: vorremmo tutti più di tutto ma bisogna fare i conti con la realtà. Di sicuro con la nuova legislatura bisogna fare uno scatto in avanti. La riduzione delle distanze è un elemento centrale. La discussione sull’aeroporto deve riguardare una strategia complessiva non centrata soltanto sul singolo volo verso questa o quella destinazione. Oltre a sviluppare il proprio potenziale turistico, e quindi l’incoming, l’aeroporto, che è una struttura fondamentale per aprire l’Umbria al mondo, deve metterci in collegamento con i più importanti hub europei: quindi parlo di lavoro. Quanto alle ferrovie, in tempi rapidi si può ampliare l’offerta dei collegamenti ad Alta velocità: guardiamo ai risultati del Frecciarossa da Perugia e facciamo bere il cavallo, visto che ha sete».
Cosa non ha funzionato a suo avviso in Umbria nell’ultimo decennio di governo?
«Bisogna essere onesti: con la Regione abbiamo avuto un dialogo sempre costruttivo su molti temi. È mancato un progetto più ambizioso per posizionare l’Umbria su un altro livello rispetto a quello attuale. Abbiamo sempre spinto la regione ad andare oltre una visione improntata alla sola valorizzazione delle nostre bellezze e della nostra storia, capitolo sicuramente importante e su cui certamente è stato fatto un lavoro rilevante. Tuttavia non si possono perdere di vista temi come la formazione del capitale umano e lo sviluppo di progetti in grado di essere un fattore moltiplicativo. È necessario superare il sentimento di timore verso l’innovazione e lo sviluppo economico e abbandonare la strategia difensiva adottata su molti fronti. L’Umbria ha le potenzialità per tornare a crescere e per avvicinarsi a quei territori che sono primi in Italia in termini di ricchezza e benessere, ma bisogna riposizionare la regione in un’altra prospettiva».
Gli anni della crisi hanno assestato colpi durissimi, specialmente in Umbria: non ritiene che anche le imprese abbiano la loro parte di responsabilità?
«Un percorso di autocritica lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo. C’è una parte dell’economia che è quella della manifattura e dell’industria che sta dimostrando capacità di vincere le sfide del mercato. Queste imprese stanno crescendo in termini di occupazione e fatturato e devono tornare a svolgere un ruolo attivo nelle loro comunità. Negli anni il mondo dell’impresa è rimasto concentrato nello svolgimento della propria attività, mentre ora serve un contributo per la diffusione della cultura di impresa nella comunità contribuendo, insieme a istituzioni e associazioni, ad avere un disegno di medio e lungo termine. L’impresa deve dedicare tempo e risorse alle comunità e ai luoghi in cui ha avuto successo. Possiamo essere maestri di trasformazione e cambiamento».
Alcune settimane fa il presidente dello Svimez commentando i parametri economici di Umbria e Marche ha parlato di due regioni che si avvicinano sempre più al Sud del paese. Come si inverte la rotta?
«Innanzitutto è un quadro che fa rabbia, perché le soluzioni ci sono: smettiamola di ribadire quali sono le malattie e mettiamo in campo una serie di azioni per risolvere il problema. Occorrono delle prospettive e questo non può che essere compito della politica; al momento le soluzioni prospettate non mi pare vadano nella direzione giusta».
A intervalli abbastanza regolari si torna a parlare di macroregione: oggi, con processi che si articolano a livello nazionale e sovranazionale, ha ancora un senso discutere di questi modelli?
«È come spostare qualcosa di piccolo in qualcosa di un po’ meno piccolo, un’architettura economica non più attuale. La Regione a cosa vuole mirare? A essere vicina alle zone più deboli o a quelle più forti e importanti del paese? Al Nord abbiamo tra le più importanti e ricche regioni del mondo, e noi vorremmo che si guardasse a quei territori, non a quelli vicini. Dobbiamo collegarci sempre più con esse».
Un tema decisivo è anche quello della dimensione delle imprese umbre: piccolo, o addirittura micro, oggi non è bello.
«Certamente c’è un tema dimensionale, discutendo del quale non è stata trovata la giusta profondità di analisi e non sono stati pensati i giusti strumenti. Su questo la politica abbia più coraggio: il nostro punto di vista è che se non si portano le imprese almeno a una media dimensione e se non si cresce in modo significativo – aprendosi ai mercati esteri – si continua a raccontare una storia che ha mostrato tutte le proprie debolezze. Dove c’è più industria c’è più di tutto, compresa la domanda di alti profili professionali e redditi più alti. E questo mi porta a parlare di formazione per la quale, così come sulla questione delle dimensioni, la Regione può far leva ad esempio sui bandi. Servono molte più risorse perché la formazione del capitale umano, delle infrastrutture immateriali, è dove si fa la differenza. L’Umbria ha fatto uno sforzo apprezzabile ma deve investire molto di più. La vera sfida del domani è qui: si tratta di un tema enorme sul quale la politica può incidere».
Twitter @DanieleBovi
