Come molto spesso accade quando esplode la polemica politica, il piano del discorso si sposta dal contenuto al contenitore, mentre le domande più importanti rimangono sullo sfondo. È il caso delle affissioni, fatte acquistando alcuni spazi pubblici di Perugia, delle frasi di alcuni adolescenti umbri che hanno partecipato al progetto della cooperativa perugina Densa; un laboratorio, finanziato con fondi europei, intitolato «Datemi un martello», che rappresenta un percorso di ascolto e scrittura condivisa che ha indagato il rapporto dei giovani con il potere, il senso di pericolo e la possibilità di vivere liberamente gli spazi urbani.

I temi Nelle frasi che si leggono in questi giorni ci sono molti dei nodi chiave dei tempi odierni: denaro, consumismo, la gestione della rabbia, il rapporto con lo spazio pubblico e con il prossimo, il maschilismo, l’omofobia, il razzismo, l’isolamento e, ovviamente, anche il rapporto con l’autorità e il potere, rappresentati dalla scuola, dai genitori o dalle forze dell’ordine. Al centro del ciclone sono finite ovviamente quelle sulle forze dell’ordine: «Quando incontro una persona in divisa ho paura», oppure «Le persone in divisa sono tutte raccomandate».

Dal contenuto al contenitore Nel “dibattito” sollevatosi in queste ore come spesso accade in questi casi il piano del discorso comunicativo viene spostato dal contenuto (il malessere, la paura, il trauma) al contenitore (la divisa, l’istituzione). La divisa è ovviamente uno dei principali totem dello Stato e della vita pubblica e così dalla percezione del singolo – condivisibile o no, “giusta” o no – il discorso viene spostato sull’attacco diretto, sull’istigazione all’odio, sulla giunta di questo o quel colore e sui vari botta e risposta che, alla fine lasciano il tempo che trovano e che – forse – rischiano di scavare un fossato ancora più ampio tra la politica e chi quelle frasi le ha pensate, le ha scritte e continuerà a pensarle.

Contestualizzare Il rischio è quello di farsi risucchiare dal meccanismo della polemica. Il compito della politica, e non solo, sarebbe quello di contestualizzare e ricontestualizzare il discorso pubblico, specialmente nei confronti di quei giovani e giovanissimi che – quintali di studi alla mano – sono sempre più lontani dai partiti e dai loro meccanismi. Lontani dai partiti ma non – e sarebbe bene ricordarlo – dalla mobilitazione politica intorno a certe tematiche come, ad esempio, il cambiamento climatico, la Costituzione e non solo.

Le domande Ricontestualizzare significa fare domande e rimettere al centro i problemi sollevati dal laboratorio di Densa, uscendo dal solito tritacarne di comunicati. E allora: perché alcuni giovani in condizioni magari di fragilità psichica e non solo parlano di paura delle divise? Lo spazio urbano sta diventando sempre di più un luogo che esclude chi non può spendere e non può consumare? Gli adulti o le autorità come possono tornare a essere considerati autorevoli e non paternalisti? Perché quasi un terzo dei giovani italiani si sente escluso dalla società? Perché per gestire la rabbia si tirano «cazzotti al muro fino a spaccarmi le nocche»? Dov’è chi dovrebbe intercettare questi pugni chiusi? Perché il telefonino diventa uno dei pochi canali di rifugio? Temi e domande che tornano in molte conversazioni fatte con qualunque terapeuta dell’età dello sviluppo e che dovrebbero interrogare politica e istituzioni.

Densa La presidente di Densa Giulia Paciello lunedì ha tentato di riportare l’attenzione sul merito pedagogico del progetto. La cooperativa ha chiarito che l’iniziativa non nasce per attaccare lo Stato, ma per dare voce ai pensieri emersi durante i laboratori, sottolineando come le frasi affisse siano espressione di un disagio reale e non di una propaganda ideologica. «Respingiamo la lettura di chi ci accusa di star incitando l’odio contro le forze dell’ordine», afferma la presidente, ricordando come il progetto si inserisca in un percorso di welfare culturale volto a promuovere il benessere giovanile e l’ascolto, e invitando le istituzioni a un confronto aperto.

La Lega Di tenore diametralmente opposto è stata la reazione della destra. La Lega, attraverso Paola Fioroni e il segretario comunale Giacomo Areni, ha lanciato lunedì un duro attacco politico, parlando di una «Perugia ostaggio dell’ideologia». Per gli esponenti del Carroccio, l’iniziativa è lontana da ogni valore educativo: «Non è arte, non è cultura e di certo non è educazione: siamo davanti alla peggiore propaganda». La Lega ha quindi sollevato dubbi sulla gestione amministrativa degli spazi pubblici e sulla responsabilità della giunta, chiedendo chiarezza su chi abbia autorizzato e finanziato tale campagna, definita come un atto di delegittimazione delle forze dell’ordine.

Prisco Nel weekend il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco (Fratelli d’Italia), ha puntato il dito contro quella che definisce una strumentalizzazione artistica. In un video, Prisco ha difeso con forza il ruolo delle divise, sottolineando il loro impegno quotidiano a tutela dei più fragili e respingendo le critiche come infondate e offensive. «Non so se sia una forma d’arte come dice qualcuno, e ho il massimo rispetto per l’arte, ma signori perbenisti è l’ora di indignarsi», ha detto il sottosegretario, chiudendo con una stoccata sulla legittimità dei promotori del progetto.

Donato A chiudere il cerchio degli interventi è stato Antonio Donato, esponente del Movimento 5 Stelle. Pur prendendo le distanze dai contenuti dei manifesti, Donato ha scelto di non unirsi al coro che invoca il pugno duro, criticando invece la politica per la sua gestione della sicurezza. «Oggi abbiamo bisogno di costruire fiducia, non di alimentare distanze», ha detto l’amministratore, sottolineando come la sicurezza non si tuteli con la strumentalizzazione, ma garantendo risorse concrete e organici adeguati alle forze dell’ordine.

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