di Marco Torricelli
Un tavolo, spoglio. Sedie una diversa dall’altra. Niente microfono e altoparlanti. Quasi una ‘sezione’ d’altri tempi, insomma. E lì, i tre candidati alla segreteria regionale del Pd si sono sottoposti all’esame di quelli che dovranno decidere per chi votare. Scegliere chi dovrà guidare il loro partito, o quello che potrebbe esserlo, per il futuro.
I candidati E loro – Giacomo Leonelli, Stefano Fancelli e Juri Cerasini – non hanno dato l’impressione di voler ‘fare i carini’ a tutti i costi: attenti, magari, a dire le cose nel modo giusto – la regola era ferrea: tre minuti a testa, con campanellino casereccio pronto a trillare allo scadere – e a non sprecare parole; ma quando c’è stato da chiarire le differenze, non si sono tirati indietro.
Terni e la crisi Tutti e tre, ovviamente, concordano su un punto: «Ciò che di buono esiste va salvaguardato e difeso con forza», ma mentre Fancelli è deciso nel dire che «il riconoscimento dello status di area di crisi complessa è necessario per fare da supporto alle eccellenze locali»; Leonelli chiarisce che «questo strumento non deve ingenerare confusione, perché non basta chiedere fondi, ma la richiesta va supportata con un progetto di medio-lungo periodo» e Cerasini si chiede se il riconoscimento sia possibile «dal momento che il governo è solito prendere in considerazione le richieste che provengono da aree in cui tutte le filiere denotano gravi difficoltà e questo non sembra essere il caso di Terni».
Riforme Leonelli è chiaro: «Io, quando parlo della necessità di fare spazio ad una nuova classe dirigente, non ne faccio solo una questione generazionale, ma di contenuti e di idee. Così come quando penso ad una nuova organizzazione territoriale non penso a dove debba essere la sede di questo o quell’ente, ma di come si possano offrire servizi migliori ai cittadini». Mentre Cerasini si dice «favorevole al superamento delle Provincie e alla riduzione del numero dei consiglieri regionali, ma facendo attenzione a come si arriverà alla loro elezione e, quindi, anche per queste candidature, sarebbero opportune le primarie». Secondo Fancelli, invece, «sarà necessario, quando si stabilirà come dovrà essere governato il territorio, decidere prima di tutto chi dovrà fare cosa: perché anche questo ci permetterà di dare servizi più efficienti ai cittadini e impedire che le riforme, come nel caso della sanità marcino con eccessiva lentezza».
Il partito Su alcuni temi generali, dice Fancelli, «come i diritti e la non discriminazione, siamo tutti d’accordo. Ci sono alcuni aspetti, invece, sui quali le opinioni possono divergere, ma il dialogo serve proprio a trovare un giusto compromesso»; la ricerca di un «anima unitaria è – secondo Leonelli – l’obiettivo verso il quale marciare, perché troppo spesso gli iscritti e i circoli lamentano la difficoltà ad incidere sulle decisioni»; mentre secondo Fancelli «è necessario uscire dalla logica delle correnti e tornare a confrontarsi con i nostri elettori e anche con chi non ci vota, perché è solo così che si attua un vero cambiamento».
Unità vera o no? Qualche scintilla, anche con la platea, quando si è affrontato il tema della così detta ‘dialettica interna’. Leonelli dice che «le battaglie combattute tanto per indossare una casacca non servono al partito e al Paese, mentre è necessario che iscritti, elettori ed eletti – terminate le legittime contese elettorali – remino tutti nella stessa direzione», ma Fancelli getta un primo sasso nello stagno quando dice che «sarebbe inutile, però, dirsi d’accordo e poi, invece, continuare a lavorare per obiettivi diversi da quello comune» e fa un riferimento preciso: «Quello che sta succedendo dalle parti di palazzo Chigi non mi piace per niente». Un sasso grosso, invece, lo tira Cerasini: «Noi Civatiani, quando abbiamo deciso di presentare una nostra candidatura per la segreteria, lo abbiamo fatto perché, invece che ad un dibattito, abbiamo avuto l’impressione che fosse in atto una battaglia di potere, con la solita guerra delle tessere».
Primarie Anche su questo tema i distinguo non mancano. Se Cerasini, infatti, è lapidario: «Sono favorevole, sempre e comunque. Anche per i sindaci uscenti dopo il primo mandato che, se hanno governato bene, non hanno nulla da perdere»; Leonelli spiega di essere «sostanzialmente favorevole, a patto che non si trasformino nell’occasione per una resa dei conti e trovo giusto che siano le dirigenze locali a decidere caso per caso». Per Fancelli, invece, «le primarie sono uno strumento molto utile per la scelta di nuovi candidati, mentre credo sia giusto che un sindaco uscente sia valutato dal partito che lo ha sostenuto ed eletto. Se la classe dirigente non ha il coraggio di farlo, allora sì che c’è un problema serio».
La sintesi Leonelli, rivolgendosi ai presenti, ha chiuso così: «Chi deciderà di votare per me lo farà sapendo che una fase si è definitivamente chiusa. Una fase fatta di campanilismi e guerre tra territori, perché è tempo di lavorare per la costruzione di un’autentica comunità regionale». Cerasini, invece, vuole «capovolgere la piramide e dare maggiore valore e significato al lavoro degli amministratori locali, al mondo delle associazioni e dei comitati». Fancelli, infine, vuole «che il partito cambi davvero, senza sconti e dando spazio ad idee nuove, a soggetti – giovani e meno giovani – ma che abbiano il coraggio di fare ragionamenti che escano dagli standard. Solo così ridaremo credibilità al Pd e alla società».
