La deputata pd Anna Ascani

di Daniele Bovi

Dal lavoro all’impresa, dalla conoscenza alla cultura fino alla lotta alle disuguaglianze. È anche da questi temi che il Pd dell’Umbria prova a ripartire dopo la batosta del 4 marzo con un appuntamento chiamato «Oltre la restaurazione», organizzato dall’associazione Lo Scenario che fa capo alla deputata altotiberina Anna Ascani, renziana che – candidata nel listino della Camera – poco più di un mese fa ha ottenuto un secondo mandato. L’incontro si terrà sabato mattina al Caos di Terni ed è proprio con Ascani che Umbria24 fa il punto sull’iniziativa, sullo stato di salute del Pd e sulle prospettive del partito.

In vista di sabato nei conciliaboli si parla già di corrente Ascani in movimento. Qual è il senso e lo scopo dell’iniziativa?

«Io una corrente mia non l’ho mai voluta e penso che le correnti siano una delle ragioni della sconfitta, che ha radici nazionali ma che interroga il partito anche a livello locale. Sabato mettiamo insieme un po’ di persone libere e tutti sono invitati per parlare del futuro del Pd della nostra regione. Vogliamo evitare il tentativo di ritorno al passato, ecco perché “Oltre la restaurazione”. Subito dopo il voto molti hanno detto che bisogna tornare a quello che c’era prima, ai circoli, tutto vero e buono ma il vero tema oggi è l’apertura, capire dove va il centrosinistra e nello specifico il Pd, come possiamo stare nella modernità, come parlare di lavoro a chi non viene nei nostri circoli, o ai ragazzi che vedono la vita del Pd lontanissima dalla loro. Serve un luogo di pensiero».

Al Pd, specialmente dopo il voto, sembra mancare un orizzonte di senso, non è chiaro cosa sia e a chi parli.

«L’orizzonte in certi momenti c’era e penso, con le debite differenze, al 33 percento di Veltroni e al 41 percento di Renzi. Abbiamo ottenuto grandi risultati quando siamo stati un partito riformista, plurale, che non si guarda l’ombelico; in altri momenti abbiamo ricostruito più o meno i partiti di provenienza, ripiegandoci. Ripeto, oggi bisogna capire come si parla a chi sta fuori dalle nostre stanze».

Cosa è successo il 4 marzo in Italia e in Umbria? È d’accordo sul fatto che, per quanto riguarda il risultato, non ci sono particolari specificità umbre?

«Gli elettori sanno benissimo cosa votano e il dato è nazionale: le persone dopo 5 anni non volevano più il nostro governo, un buon governo. I dati dicono che alcune cose le abbiamo fatte, ma in una campagna elettorale timida e faticosa abbiamo trasmesso solo numeri. Poi in un processo di riforma veloce, che ha toccato mondi come il lavoro e la scuola, alcune cose si sono rotte; un prezzo per questo iperattivismo lo paghi. Dire che la macchina va veloce non basta, devi dire anche dove la vuoi portare».

E in Umbria?

«Qui a vincere non è il M5S: a ottenere un risultato strabiliante è la Lega, verso la quale sono finiti anche voti del Pd; non pensavamo a un exploit del genere in una regione senza particolari emergenze riguardo a immigrazione e sicurezza. Con tutta evidenza però c’è un bisogno di protezione che non siamo stati in grado di intercettare. Bisogna tornare a essere interlocutori di quelle fragilità come amministratori locali, nazionali e regionali, garantendo al contempo cambiamento. È un fallimento profondissimo per noi. Serviranno anche luoghi di pensiero e per confermare la cultura di governo umbra le cose fatte contano fino a un certo punto: a contare è l’idea di futuro e la capacità di dare speranza».

L’Umbria si avvicina a due tornate amministrative, quelle del 2018 e del 2019, molto importanti. La parola d’ordine nel Pd sembra essere sempre più civismo, ovvero scegliere figure non direttamente riconducibili al partito. È questa la strada da percorrere?

«Il tema secondo me non è civismo sì o civismo no, se si ha o meno la tessera, altrimenti cediamo alla retorica degli altri. Dobbiamo fare uno sforzo testimoniando che abbiamo capito che qualcosa non va e mettendo novità nelle candidature. Il quadro va scombinato, se serve anche attraverso le primarie, scegliendo persone in grado di aprire, di portare voti al Pd. Più che i civici dobbiamo trovare alleati: il centrodestra è forte perché ha due gambe forti. Non dimentichiamo poi che nei comuni grandi si va al ballottaggio e lì tendenzialmente ci sono più avversari, cosa che il Pd paga».

Insieme all’ex segretario Leonelli e ad altri tempo fa ha dato vita a quello che sembrava l’inizio di un percorso autonomo dei più o meno giovani del partito umbro; poi da lì tutto si è fermato. Come mai quel percorso si è interrotto?

«Prima di tutto rivendico la qualità dell’idea e del percorso. Tra di noi c’erano visioni differenti: io volevo creare qualcosa di diverso dalle correnti che il Pd ha avuto, senza volontà di occupare percorsi e poltrone; per altri, legittimamente, fare politica significa esercitare anche un ruolo di corrente. Comunque non era una cosa del genere, anche perché poi invecchi e fare la corrente dei giovani diventa faticoso. Volevamo liberarci di un correntismo esasperato e il messaggio ancora oggi è validissimo, anche perché quelle correnti in un certo modo sono state superate dal voto. Per il Pd, il vero Pd, penso ci sia una prateria davanti. Non mi rassegno all’alternanza tra Lega e Movimento, cioè tra due populismi: noi vogliamo un fronte riformista».

Molti sostengono che il 4 marzo sia il tramonto o quantomeno un colpo durissimo per la leadership di Renzi, e il 21 ci sarà un’assemblea fondamentale per il Pd: può essere Delrio il nuovo corso del renzismo?

«Io credo che la maggioranza del partito sia d’accordo con la linea espressa dalla Direzione e chi guiderà il partito dopo il 21 dovrà essere espressione di questa linea. Il Pd deve stare fermamente all’opposizione e io sosterrò chi difenderà ciò senza indugi. Di candidature ne ho viste molte e i prossimi giorni saranno cruciali: la discriminante è che abbiamo bisogno di un momento di riflessione fuori dal governo e che non c’è alcuna compatibilità col M5s. Quanto a Renzi, dopo 24 ore dalla sconfitta si è dimesso e ora c’è un gruppo parlamentare che viene fuori da una storia che non è banalmente renziana, bensì è gente che ha vissuto un’esperienza di governo lunga mille giorni e che ha più affinità con quel modo di ragionare».

Quanto è concreto che il rischio che il Pd, di fronte al nodo della formazione del governo, vada in frantumi?

«Secondo me non succederà. Ho letto un sondaggio in cui si dice che meno dell’un percento del nostro elettorato vuole un governo col M5S o la Lega; i nostri elettori sono compattissimi e chi immagina un percorso diverso, come Franceschini, lo fa a titolo personale, come detto peraltro da lui stesso. Non credo che il partito andrà in pezzi, magari qualche dirigente finirà in minoranza ma può succedere; io ci sono stata».

Twitter @DanieleBovi

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