di Diletta Paoletti
C’è, all’interno del Partito democratico, una componente speciale, ottimista e coraggiosa. Quella dei “Liberal”, gruppo guidato da Enzo Bianco, che ad Amelia hanno organizzato il “seminario di primavera” (15-17 Aprile), il quarto per l’associazione. Ampio il programma: in una tre giorni densa di appuntamenti si sono alternati, Bersani, Franceschini, Pietro Ichino e Ignazio Marino, Walter Veltroni, Franco Marini e molti altri. “Sette proposte per innovare”, questo l’intento (concreto e pragmatico) dell’iniziativa. I temi? Energia, federalismo, conflitti di interesse. Ma anche merito, lavoro e mercato. Umbria24.it ha seguito la giornata di sabato, ascoltando molti leader Pd e un ospite speciale, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist.
Un paese bloccato «L’Italia è un paese bloccato», inizia, impietoso, il giornalista inglese, incalzato dalle domande del deputato Sandro Gozi e della giornalista Ludina Barzini. «E gli italiani hanno perso l’ottimismo e l’idea di progresso», affonda. Particolarmente pericolosa la tendenza protezionistica, perché oltre ai problemi strutturali (mercato del lavoro vischioso, giustizia inefficiente e via dicendo) il protezionismo è diventato un “habitus mentale”. Pericolosissimo. «Bisogna scambiare le idee, tra singoli così come tra imprese e centri di sapere». Quanto a chi ci rappresenta, «Berlusconi è profondamente e visceralmente antiliberale – continua – ma ruba le idee, i simboli e le parole del liberalismo».
Emergenza democratica «Fare un passo indietro. Per chiunque altro questa sarebbe stata la parola d’ordine», spiega Dario Franceschini. «Chiunque, al posto di Berlusconi, avrebbe deciso di abbandonare. Per non trascinare la maggioranza, il governo, il paese nel baratro». E invece – «muoia Sansone con tutti i Filistei» – siamo spettatori di un insano attaccamento al potere perché, è chiaro, «le priorità sono solo le sue». E la poltrona diviene, allora, scudo salvifico contro le minacce agli interessi individuali. «Le attività legislativa e di governo sono paralizzate. Non c’è più azione in un paese che – di azione – ne avrebbe tanto bisogno», continua Franceschini. «L’idea di un’alleanza costituzionale non è funzionale solo alla vittoria nelle urne ma serve a ricostruire il paese: il lascito del berlusconismo sono macerie istituzionali, economiche e sociali. Ma anche, quel che è peggio, di valori», afferma con passione.
Le mancate riforme Non si fanno le riforme (processo breve e intercettazioni monopolizzano l’attività del parlamento) e questo pesa, eccome, sull’efficienza e sull’attrattività del sistema Italia. Pietro Ichino, studioso lucido e puntuale, spiega che – a continuare così – non premieremo mai la qualità. E ci accontenteremo della mediocrità. Come possono gli stranieri investire in Italia? Amministrazioni e burocrazie difettose, scarsa civicness, infrastrutture arretrate. Un contesto nel quale il più delle volte si agisce, di fatto, extra legem. Ma «per operare nell’illegalità serve un know how che l’operatore straniero non avrà mai!» sbotta, strappando un applauso.
Sanità ed energia le priorità Ignazio Marino mette sul tappeto – tra le altre cose – i temi della scienza e della sanità: «non possiamo affidare a rappresentanti eletti scelte che competono esclusivamente al singolo individuo», spiega, riferendosi alla libertà di cura. Già, perché diritto alla salute non può (e non deve) significare “dovere alle terapie”. E poi serve una sanità ‘a misura di cittadino’ e sganciata dalla politica, con criteri di selezione del personale basati sulle competenze. Investire, quindi, in scienza, ricerca e formazione, «veri drivers della ripresa economica e sociale del paese». Ma anche l’energia, secondo Marino, dovrebbe dominare l’agenda politica («perché nei comuni che amministriamo, in tutti, non introduciamo, una volta per tutte, le energie rinnovabili?»).
L’Europa Con Sandro Gozi, deputato eletto in Umbria (nonché responsabile alle politiche comunitarie del partito democratico), si parla – ampliando lo spettro – di “LiberaL’Europa”. «A Bruxelles, oramai, non ci prendono più sul serio. Speriamo non lo facciano proprio oggi, indicandoci – a fronte delle dichiarazioni dei nostri rappresentanti – la porta d’uscita». Proviamo ad immaginare, per un solo momento, di non essere più nell’Unione: «anzitutto diventeremmo degli extracomunitari (e anche per un weekend a Parigi dovremmo – ebbene sì – chiedere il visto). Ma soprattutto fiorirebbero dazi e tariffe ad inguaiare il made in Italy, i tassi di interesse raddoppierebbero e addio politiche commerciali comuni». La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue? Diverrebbe, per noi, carta straccia. E molto altro ancora.
Il mercato unico «Serve urgentemente una nuova strategia per estendere il mercato unico a settori fondamentali per la crescita economica, come quello dei servizi». E la liberalizzazione del mercato unico dei servizi costituirebbe – secondo Gozi – uno sbocco eccezionale in termini di occupazione, oltre a garantire un aumento tra il 2 e il 3 % del Pil europeo. «Senza contare la crescita della concorrenza e il conseguente beneficio per i consumatori», aggiunge. La battaglia per il completamento del mercato unico è, quindi, anche una battaglia per i diritti. In concreto? «L’Italia dovrebbe affrontare il tema degli ordini professionali e degli albi – spiega con convinzione Sandro Gozi – vere e proprie corporazioni, di poco diverse da quelle istituite sotto il fascismo, difese da un “presidio militare” fatto di norme e leggi che si traducono in surplus di prezzi per i cittadini».
Grande partecipazione Questi e tanti altri i temi trattati nel convegno targato Pd: dalla rivolta che infiamma il Nord Africa, («una rivolta dei nostri tempi, che parla un linguaggio nuovo, quello della rete e dei social network», ricorda Ignazio Marino) alla tragedia del Giappone, senza tralasciare la Libia e i tragici sbarchi dei migranti in Sicilia. Grande la partecipazione al seminario: in una sala gremita, erano presenti amministratori locali, attivisti di partito e cittadini da svariate parti del paese. Molti anche i ragazzi, a partire da una nutrita schiera di ‘giovani democratici’ di Sicilia, animati e determinati «a fare qualcosa per la loro terra». «Quello che facciamo lo facciamo per passione» spiega – in un’assolata pausa nel chiostro rinascimentale di Palazzo Boccarini – un giovane amministratore di un piccolo – «piccolissimo» ci tiene a dire, con sincera modestia – Comune della provincia di Avellino. Ma è proprio da qui che bisogna partire. Anzi, ripartire. E i “liberal” sembrano proprio volerlo fare. Scusate se è poco.

