Simone Di Stefano

di Dan. Bo.

La Lega umbra, secondo lui, ha troppo poco coraggio e così Sovranità popolare decide di candidare alla presidenza della Regione Umbria il numero due di Casapound Simone Di Stefano. Sovranità popolare è il contenitore dell’ultradestra che ha l’ambizione di raccogliere consenso anche oltre il recinto di Casapound. A livello nazionale, come si è visto durante la manifestazione di Roma insieme alle camicie verdi, Sovranità e Casapound sono schierati con la Lega 2.0 di Matteo Salvini: «Lui resta il leader nazionale da candidare contro Matteo Renzi – spiega infatti in un’intervista a Il primato nazionale Di Stefano -, ma non su tutti i territori la sua voglia di cambiamento riesce ad arrivare con la forza necessaria». E uno di questi territori è l’Umbria, quindi Di Stefano scavalca Salvini a destra e decide di correre in solitaria.

Lega poco coraggiosa «Alla Lega umbra – manca coraggio, e l’Umbria è una regione emblematica per i problemi che la attanagliano: lavoro e sicurezza. Le acciaierie di Terni e Perugia invasa dagli spacciatori meritano una risposta più forte». «Si corteggiano i moderati – continua -quando la maggior parte degli italiani moderata non lo è più da tempo, anzi direi che è proprio incazzata, e se Salvini è riuscito a ottenere grande successo in questi mesi è proprio in virtù della sua radicalità». Trentasette anni, nato e cresciuto alla Garbatella, quartiere popolare di Roma, Di Stefano dice di essere «cresciuto sui monti martani, i miei nonni si trasferirono ad Acquasparta per andare a lavorare alle acciaierie di Terni. L’Umbria merita tutto il nostro impegno e la nostra militanza, e noi non la abbandoneremo alla vecchia politica».

La condanna Il numero due di Casapound era assurto all’onore delle cronache nazionali nel dicembre 2013, nel pieno della cosiddetta «protesta dei forconi». Fu lui, insieme a un centinaio di attivisti, a manifestare di fronte alla sede romana dell’UE. Una giornata in cui ci furono scontri con la polizia dopo i quali Di Stefano fu fermato per furto pluriaggravato, dato che come gesto dimostrativo tolse la bandiera della UE per sostituirla con quella tricolore. Un gesto che, pochi giorni dopo, gli è costato una condanna a tre mesi di reclusione e al pagamento di una multa di cento euro.

Perugia e la sicurezza Di Stefano, a 16 anni nel Msi, poi abbandonato dopo la svolta di Fiuggi, è stato uno dei fondatori di Casapound, movimento del quale è anche responsabile propaganda e comunicazione. Nell’intervista in cui lancia la sua candidatura parla anche di Perugia e della questione sicurezza: «Ma è mai possibile – si chiede – che una città bella e ricca come Perugia sia una piazza di smercio di eroina fra le più importanti d’Europa? È possibile che in Umbria le statistiche per i decessi legati alla droga siano in totale controtendenza rispetto alle statistiche italiane? Il mercato perugino dell’eroina attrae consumatori dalle regioni limitrofe, e la quota di stranieri che muore in Umbria per overdose è nettamente più alta della media nazionale, nonché in costante aumento negli ultimi anni. La nostra candidatura è contro tutto questo».

Sette in corsa Con la discesa in campo di Di Stefano i candidati alla presidenza a questo punto sono sette. In corsa ci sono Catiuscia Marini per il centrosinistra, Michele Vecchietti per L’Altra Umbria e Possiamo, Claudio Ricci sostenuto da tre liste civiche più FI, FdI, Umbria popolare e Lega, Amato John De Paulis per Alternativa riformista, Giampiero Prugni per Italia dei diritti e Andrea Liberati per il Movimento 5 Stelle.

Twitter @DanieleBovi

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