L'aula del consiglio regionale

di Daniele Bovi
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Ammonterebbero a circa 25-30 mila euro le spese dei gruppi consiliari di palazzo Cesaroni sulle quali si sta concentrando l’attenzione della Corte dei conti dell’Umbria. Ulteriori riscontri al centro di una serie di istruttorie (tre secondo le indiscrezioni). La magistratura contabile alla fine di aprile ha spedito infatti al consiglio regionale una deliberazione, pubblicata venerdì da Umbria24, dove si evidenziano «molteplici irregolarità sia di carattere formale che sostanziale». Rilievi ai quali palazzo Cesaroni ha replicato rendendo nota lunedì pomeriggio una nota di otto pagine, già inviata alla Corte il 24 maggio, in cui si chiariscono una serie di punti. «Il consiglio regionale è sempre aperto e disponibile – dice in una nota Eros Brega, che lunedì ha riunito tutti i capigruppo sul caso – a fornire alla magistratura contabile ogni chiarimento utile ad offrire chiarezza e collaborazione su come vengono impiegati i soldi pubblici, sia dagli organi istituzionali, sia dai gruppi consiliari, come da lunga tradizione di questa assemblea legislativa».

IL DOCUMENTO COMPLETO DI PALAZZO CESARONI

La difesa Una lunga difesa che mette in luce il perché c’era bisogno di nuove regole (recepite in seguito al decreto legge 174 del 2012) e quella che è un delle più grandi anomalie italiane. Palazzo Cesaroni intende innanzitutto sgombrare il campo da una delle accuse più pesanti, ovvero quella di non aver vigilato che i soldi (489 mila euro per il funzionamento dei gruppi e 919 mila per il loro personale) siano stati spesi per le finalità «strettamente istituzionali» per i quali vengono stanziati. Un controllo che avrebbe dovuto fare a norma dell’articolo 5 della legge regionale 1996 che regola la materia: il problema però è che alla fine di dicembre si è recepito il decreto 174 che affida i controlli alla Corte dei conti. Quel passaggio della legge del 1996 è quindi abrogato e così «l’Ufficio di presidenza non ha provveduto ad esaminare le note riepilogative» limitandosi a spedire tutto alla Corte e a verificare «la corrispondenza con le somme» erogate dal Consiglio, come si legge in una delibera di metà aprile. Il Collegio dei revisori dei conti poi, non più formato da consiglieri ma da professionisti estratti a sorte, non ha controllato perché ancora in quella fase transitoria non si era insediato.

I RILIEVI MOSSI DALLA CORTE DEI CONTI

Tabella non vincolante All’accusa poi che i conti non sono redatti secondo l’esatta tabella prevista sempre dalla medesima legge del 1996, palazzo Cesaroni fa notare che è «un modello che può ritenersi non vincolante». Una tabella «generica» che produce quella «disomogeneità» sottolineata dalla Corte. In più non sono previsti «criteri più precisi e puntuali di rendicontazione delle spese» rispetto a quelli indicati dalle vecchie norme: ecco perché, spiega la nota, ogni gruppo si è mosso in modo autonomo. Insomma, c’era bisogno di nuove regole più precise per garantire più trasparenza. Palazzo Cesaroni sottolinea poi che non sono stati effettuati acquisti di beni durevoli. E se la Corte sostiene che in certi casi i gruppi si sono dotati di più personale rispetto al consentito, si precisa che alcuni hanno stipulato contratti part-time invece che a tempo pieno e che la «spesa complessiva è comunque rimasta invariata».

L’anomalia A risultare indigesta è l’equazione tra la mancanza di «documentazione giustificativa», conservata dai gruppi «per effetto del principio di riservatezza» (cioè in ossequio alla privacy) e «carenze di corretta gestione». Giuridicamente poi i gruppi sono qualcosa di particolare rivestendo una funzione sia parlamentare che politica, non assimilabili «agli organi dell’istituzione stessa». Come si osserva a lungo nel documento sono infatti un po’ organi interni dell’assemblea e un po’ «proiezioni nei consigli dei partiti» che, in quanto tali, sono soggetti privati. Ed è proprio questo il cuore dell’anomalia italica al centro del libro di Elio Veltri e Francesco Paola, «I soldi dei partiti»: soggetti formalmente entità private ma che ricevono finanziamenti pubblici.

Le repliche Buona parte del documento poi è occupata dalle precisazioni dei singoli gruppi consiliari: Fiammetta Modena (fino all’abolizione dei monogruppi presiedeva il suo «Gruppo per l’Umbria») precisa le spese relative a personale e funzionamento e spedisce alla Corte il riepilogo delle trasferte. Altri invece rimandano ad allegati non pubblicati, mentre Cirignoni (Lega Nord) precisa di aver stipulato due contratti a tempo pieno e un part-time sempre nei limiti di spesa e allega le ricevute relative al carburante. Da parte sua invece il «Comunista umbro» Orfeo Goracci (dall’aprile 2010 al maggio del 2012 nel Prc, ora nel Misto) spiega che in tre anni «nessuno dei gruppi dei quali ho fatto parte ha mai rimborsato il sottoscritto di un solo centesimo per pranzi, colazioni, viaggi, pernottamenti, convegni, libri, doni, rimborsi benzina, pur avendo “girato” abbastanza con la mia auto». «Attendiamo con fiducia – conclude Brega – l’esito dell’azione della sezione controllo della Corte dei conti cui ribadiamo la massima fiducia, rimanendo a disposizione per qualunque altro chiarimento si dovesse rendere necessario».

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