Il senatore del Pd Francesco Ferrante

di Ivano Porfiri

Rischia di mandare in fumo 200 mila posti di lavoro in Italia e 4 mila in Umbria il cosiddetto «decreto Rinnovabili». Lo sostengono gli esponenti delle associazioni delle rinnovabili (Anev, Aper, Asso Energie Future, Asso Solare, Ises, Gifi, Kyoto Club) che si sono riuniti giovedì al Teatro Quirino, a Roma, alla presenza del leader del Pd Pierluigi Bersani, di Dario Franceschini capogruppo alla Camera, del leader dei Verdi Angelo Bonelli, del presidente di Legambiente Vittorio Coiati Dezza e di Ermete Realacci responsabile green economy Pd. Tra gli slogan dell’iniziativa «Vogliamo un sole, non chiediamo la luna». «150.000 famiglie senza lavoro. Grazie ministro Romani». «+ Fotovoltaico, – Bunga bunga, + Lavoro».

In Parlamento Alla mobilitazione ha fatto seguito, nel pomeriggio, una riunione ristretta nella sala Enrico Berlinguer del gruppo Pd alla Camera, organizzata dagli stessi Bonelli, Franceschini e dal senatore Francesco Ferrante, con cui Umbria24.it ha parlato dell’argomento.

Senatore, perché vi state battendo tanto contro questo decreto?

Perché rischia di bloccare qualsiasi investimento in uno dei pochi settori, se non l’unico che stava dando vitalità alla nostra economia, l’unico che faceva fatturato, su cui stanno puntando tutti i paesi occidentali lungimiranti: le energie rinnovabili. Il governo poteva recepire i suggerimenti delle commissioni parlamentari, per una volta unanimi, invece ha proceduto sulla sua strada scellerata aggiungendo addirittura pezzi che hanno peggiorato il testo iniziale.

In che senso si rischia di bloccare gli investimenti?

Uccide il settore in molteplici modi. Sull’eolico introducendo un intricatissimo meccanismo basato sulle aste al ribasso, su cui si baseranno gli incentivi a partire dal 2013. Considerando che già oggi per realizzare un impianto eolico ci vogliono 2-3 anni allungando ancora i tempi quali banche saranno disponibili a finanziare gli investimenti?

E sul fotovoltaico?

Se possibile, ancora peggio: il governo ha deciso che il meccanismo del conto energia, approvato nell’agosto scorso e che doveva scadere nel 2013, scadrà invece il 31 maggio prossimo. Per cui chi si allaccia alla rete entro quella data avrà gli incentivi, gli altri non sanno quale tariffa verrà applicata alla energia che produrranno. Ciò vuol dire che solo chi ha impianti già finiti farà in tempo.

E gli altri?

Già, per gli altri c’è il dubbio. Il governo ha promesso di comunicare la tariffa entro il 31 aprile. Ma è possibile che un’impresa non abbia mai una certezza  per programmare un investimento? Chi farà credito in queste condizioni?

Come vi spiegate questo atteggiamento?

Da un lato c’è una evidente sottovalutazione del potenziale di questo settore trainante per l’economia. Dall’altro una palese volontà di puntare sul nucleare e quindi disincentivare le altre strade di approvvigionamento energetico.

Per l’Umbria il conto da pagare al decreto si calcola in 4 mila posti di lavoro. Lo ritiene attendibile?

A conti fatti direi proprio di sì. Tra l’altro l’Umbria può vantare due eccellenze assolute nel settore come Angelantoni, leader nel solare termodinamico, e Ternienergia, che da piccola azienda è arrivata ad essere quotata in Borsa. Entrambe con investimenti importantissimi in corso, che rischiano di saltare. Oltre alle perdite per la miriade di piccole imprese che stanno scommettendo sul solare.

Confindustria, intanto, si è detta soddisfatta del decreto.

La posizione di Marcegaglia è vergognosa: la dimostrazione che i vertici ascoltano solo le imprese più grandi. Consideri che proprio in Umbria sia Confapi che Confindustria si sono espresse criticamente verso il decreto e il presidente degli industriali ha scritto alla Marcegaglia per chiedere conto della posizione ufficiale. Tra l’altro, le associazioni delle rinnovabili hanno dato pubblicamente atto al Pd per l’impegno in difesa del settore.

Che farete da qui in avanti?

Chiederemo con ancora più forza al governo di correggere un provvedimento sbagliato. Inoltre, voglio vedere cosa diranno i leghisti, dato che moltissime imprese venete sono all’avanguardia per le rinnovabili: chi glielo spiegherà che non avranno più incentivi?

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