Il consigliere regionale dell'Idv Paolo Brutti chiede a giunta e presidente un cambio di passo

di Daniele Bovi

Più che correre per agganciare il treno del Centro Nord, l’Umbria sembra sempre più scivolare verso il Meridione d’Italia senza che si oda un grido d’allarme adeguato. Dal suo punto d’osservazione Paolo Brutti, ex componente della segreteria nazionale della Cgil ai tempi di Bruno Trentin, ex senatore Ds allergico al progetto Pd e quindi transitato prima in Sinistra democratica e poi, infine, nell’Idv di Di Pietro con il quale è stato eletto consigliere regionale, chiede alla giunta Marini «un cambio di passo». «Qui – spiega Brutti ad Umbria24.it – serve una valutazione maggiormente drammatizzata dello stato di cose: ragionamenti assolutori non vanno bene, la realtà va guardata in faccia. Abbiamo nutrito grandi speranze con le impostazioni programmatiche fatte ad inizio legislatura dalla presidente con alcune cose positive fatte e altre un po’ perse per strada».

Marciamo verso il Meridione Sul tavolo prima di tutto ci sono l’economia e i numeri forniti da Bankitalia nel suo ultimo report sulla regione diffuso il 10 giugno. «In atto – dice Brutti – c’è un aggravamento delle prospettive economiche. I numeri illustrati da Bankitalia sono preoccupanti e parlano di una regione che sta perdendo il contatto con il Centro Nord e che per tornare ai livelli pre-crisi ci metterà di questo passo sei o sette anni». I problemi, secondo l’attuale responsabile nazionale del Dipartimento Ambiente dell’Idv, stanno in un sistema economico «principalmente rivolto all’interno, a basso tasso tecnologico e dove domina l’edilizia». «Bisogna prendere coscienza – prosegue – di una situazione di enorme gravità: stiamo marciando verso il Meridione e non mi pare di cogliere un grido d’allarme forte. Tutti stanno male, ma questo non ci assolve».

Spingere sull’economia verde Se, quindi, le prospettive si sono aggravate e la strada vecchia non è più percorribile, «dobbiamo inseguire una ripresa che non agganciamo andando in un’altra direzione perché non possiamo sperare che il trend ci porti fuori da solo». Le strade da battere con forza sono innanzitutto quelle dell’aiuto alle aziende esportatrici e quella della green economy: «L’Umbria – dice Brutti – produce una quota bassissima di energia da fonti rinnovabili: siamo sotto il 5% del fabbisogno regionale. Servirebbe una produzione doppia o tripla, un obiettivo che richiede un grande sforzo». Il piede, secondo Brutti, va spinto forte sull’acceleratore per quanto riguarda il nuovo Piano energetico regionale, vecchio ormai di sette anni.

L’occasione del nuovo Piano energetico Un Piano che assume grande rilevanza specialmente dopo l’esito dei referendum del 12 e 13 giugno: «Da questo Piano – sostiene Brutti – dovrà arrivare una spinta forte allo sviluppo e dovrà essere fatto il prima possibile. Un terreno di prova che potrebbe dare all’Umbria visibilità nell’affrontare il problema energetico. Scelte vere per il momento non ne ho viste, e mancano sia gli studi preparatori che un quadro d’insieme». In un momento come questo poi dove i mezzi da impiegare sono pochi, diventa fondamentale «sparare le munizioni nella direzione giusta e non a pioggia. Vogliamo ad esempio parlare dell’utilizzo delle risorse europee? Dove vanno a finire e cosa hanno prodotto? Cosa è accaduto dopo un anno di bandi? Abbiamo enorme difficoltà a capire queste cose: una radiografia diventa sempre più urgente. Sarebbe il caso di informare il Consiglio regionale, magari ogni sei mesi, su dove abbiamo messo le risorse e con quali risultati».

Le tensioni nella maggioranza Brutti è stato poi protagonista del  momento di tensione più forte della legislatura quando nel marzo scorso, in sede di approvazione del Bilancio, un emendamento della giunta sul termovalorizzatore ha alzato oltremodo la temperatura dell’aula. Volarono frasi pesanti, con l’accusa a una parte della giunta e della maggioranza di essere «succube dei poteri forti». «Nel corso delle trattative sul Dap (il Documento annuale di programmazione economica, ndr) – spiega Brutti – decidemmo che prima si sarebbe dovuta portare l’Umbria in una frontiera avanzata per quanto riguarda la differenziata, e solo dopo si poteva parlare di termovalorizzatore. Secondo noi in quel momento si voleva spingere sull’inceneritore senza prima aver calcolato le dimensioni dell’impianto e la quantità di differenziata».

Sanità, perché manca ancora l’assessore? Il motivo di quella spinta Brutti lo individua nel fatto che «per le imprese l’incenerimento è una risposta semplice e remunerativa, ci è parsa la spinta di chi è interessato al business. Per noi però prima si arriva al prima al 50% di differenziata e poi si potrà parlare di termovalorizzatore: ogni tentativo di rovesciare l’equazione noi non l’accetteremo. Con un alto livello di differenziata potremo fare impianti più piccoli scegliendo quindi anche altre tecnologie». Un ultimo appunto l’ex senatore lo riserva per il capitolo sanità: «Un assessore – dice Brutti – ancora non c’è dopo le dimissioni di Vincenzo Riommi. Perché non lo si è fatto? E’ un fatto non naturale e che non si spiega».

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