di M.Alessia Manti
In questo 2012 che sta per finire si è parlato tanto di Grecia. Con l’ansia per le vicende legate alla crisi economica mondiale, forse con meno attenzione al dramma reale vissuto dal suo popolo. Vinicio Capossela alla Grecia ha dedicato in questo 2012 un disco che non è un semplice omaggio ma qualcosa che va oltre, mosso quasi da un debito nei confronti di una terra che ha dato al mondo la civiltà.
La musica rebetika Il cantautore di Hannover ha scelto una musica di denuncia per quello che viene considerato il seguito e anche l’epilogo del precedente atto discografico: «Marinai profeti e balene» dove al navigare segue ora l’attracco e dove il porto, quindi il nuovo punto di partenza, è l’identità culturale. «L’Europa dovrebbe essere un’unione di popoli e non di monete». Un’esternazione che incarna lo spirito di una serata. Martedì 11 dicembre Capossela, ormai di casa in Umbria – l’ultima volta solo qualche mese fa ad Assisi per «Cantiche» – ha allestito la sua personale palestra in cui esercitare la sua nuova incarnazione musicale. Questa del Rebetiko è di certo un’operazione fuori da ogni schema in quanto si tratta di traduzioni di musica e parole su molteplici livelli. Rivisitati in chiave rebetika – il blues dei ribelli greci – i grandi brani di Capossela, sono cantati in coro dal pubblico di Perugia.
Atmosfera ellenica Sono passate le dieci quando, nel Salone della Città della Domenica di Perugia – ribattezzato per l’occasione Salone Rebetiko – le luci si abbassano. L’atmosfera è ellenica già nelle ore che precedono il concerto. Sei spalliere sui lati e sul fondo del palco a cui però nessun ginnasta vi si arrampicherà. Sembra essere piuttosto tra vecchi amici nel locale di sempre, lì dove ci si racconta le storie, si beve più di un bicchiere, si chiacchiera e si fa musica. Del resto, come racconta Vinicio, quando chiese a Manolis Pappos che tipo di ginnastica facesse, lui rispose: tossisco.
Il cantautore è in gran forma, indossa baffi e l’immancabile cappello, si divide tra baglamas, chitarra e pianoforte, «alticcio» elargisce a piene mani sorrisi e poesia. Coccola i suoi musicisti, soprattutto il mago del bouzouki, Manolis Pappos, un omone con la barba e il faccione simpatico che rimane seduto, quasi impassibile, per tutto il concerto. Abbandonato, Contrada Chiavicone, Con una rosa, Contratto per Karelias (un brano rebetiko prima del Rebetiko), Corre il soldato, Rebetiko Mou già nella tracklist del discodisco, e le versioni ellenizzate di Marajà, Che cossè l’amor e La notte se n’è andata. Non trattare e Scivola vai via, Pena de l’alma si susseguono fino al capolinea del concerto in cui arriva un Ballo di San Vito martellato da luci bianche. Il mangas Vinicio si scatena, il pubblico lo segue, scatta pure un pogo misto a danza popolare. Generoso non si accontenta di proporre i suoi pezzi più belli ma regala anche una serie di omaggi mozzafiato: due brani di Vladimir Vysotskij, tra cui Gimnastika, interpretati in lingua originale e Il pugile sentimentale. Ripropone in chiave rebetika anche tre classici della canzone italiana: Quello che non ho, di un «poeta anarchico italiano», in cui il testo di De André si sposa alla musica di Markos Vamvakaris, il canto di protesta del 1873 e Lavorare con lentezza di Enzo Del Re.
Come in una taverna Il set dicevamo, è una sorta di palestra- taverna. E in taverna si sa, si finisce sempre per parlare di politica e infatti, parafrasando Del Re, Vinicio dichiara: «Io per la classe operaia alla quale mi vanto di appartenere darei la vita ma per Berlusconi, Marchionne e Riva non voglio dare un cazzo». Dopo due ore abbondanti, arriva il momento dei saluti. Pare comunque non se ne voglia andare. E in realtà neanche noi.
